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    Alfano contro la sindrome Polonia «Vorrebbero spartirsi il centro» – Intervista a Il Corriere della Sera

    Alfano: «E nessuno mi venga a dire che qualcuno non vorrebbe approfittarne. Se tutto ciò accadesse, sarebbe la conseguenza di chi, ancora una volta, ha sbagliato i conti».

    22 luglio 2017 – Non è sorpreso per quanto sta accadendo, «era già tutto previsto», dice Alfano: «Questa è l’offensiva finale di un’operazione che Renzi e Berlusconi portano avanti da tre anni. Ero preparato».

    Il ministro degli Esteri sa di trovarsi al centro della contesa per «il centro», che «nei piani del segretario del Pd e del leader di Forza Italia dovrebbe essere «la Polonia» della politica nazionale»: «Spartirsi questo milione e passa di voti servirebbe a entrambi alle elezioni. Al primo per battere Di Maio, al secondo per superare Salvini. Perciò siamo d’ingombro». Ecco spiegato — secondo Alfano — il paradosso di Ap, «che acquisisce cittadinanza mediatica solo quando diventa oggetto del desiderio altrui», cioè perde pezzi in Parlamento: «Tutto questo rumore è dettato dalla nostra posizione strategica. E siccome esistiamo in quanto non siamo omologati, dovremmo sparire. In realtà da tre anni saremmo dovuti sparire».

    «Abbiamo superato ogni prova»

    Da quando Renzi e Berlusconi «hanno messo in atto il loro disegno, che in maggioranza avveniva con azioni di disturbo rispetto al nostro ruolo decisivo e dall’opposizione con manovre della serie “Torna a casa Lessie”, finalizzate a smantellarci i gruppi. Invece abbiamo superato ogni prova, specie quelle elettorali. Ora siamo al secondo tempo della partita iniziata con il tentativo di varare la legge elettorale. L’intento era far saltare Ap a settembre senza far saltare la legislatura. Se il piano è stato anticipato è perché qualcuno ritiene — illudendosi — che si sia chiusa ogni finestra elettorale. Ma non è così».

    «Giudizio rasserenato»

    A sorpresa, Alfano introduce il tema del voto anticipato, ricordando come finì quando il Pdl pensò di staccarsi da Monti senza pagar dazio, «e invece si precipitò alle urne che era ancora inverno». «Attenzione allora», dice citando la data del 5 novembre: «E nessuno mi venga a dire che qualcuno non vorrebbe approfittarne. Se tutto ciò accadesse, sarebbe la conseguenza di chi, ancora una volta, ha sbagliato i conti». È chiaro che sta parlando di Renzi a Berlusconi, verso cui non profferisce mai parole fuori posto: «Ma ho molto rasserenato il mio giudizio anche sul segretario del Pd. C’ero rimasto male ai tempi della legge elettorale. Credevo volesse isolare me, non immaginavo volesse isolare sé».

    «Da affrontare il mare grosso»

    Essere preparati alla sfida non significa essere sicuro di superarla, e il leader di Ap lo sottolinea, «perché adesso c’è da affrontare il mare grosso. Se riuscirò ad attraccare, vorrà dire che nella prossima legislatura loro dovranno fare i conti con me. Altrimenti loro avranno regolato i conti con me. Io penso che ce la farò, anzi ce la faremo», siccome «aver previsto l’offensiva, ha consentito di attrezzarci. Che non vuol dire trattenere chi vuole andare». Alfano sapeva, per esempio, che il sottosegretario Cassano sarebbe andato via, «sapevo che giovedì aveva un appuntamento con Ghedini nei pressi del Senato. Ma non mi sono mosso per fermarlo. Intanto perché penso che — quando si andrà alle urne — dovrò stare insieme a chi crede davvero nel progetto. E poi perché, come in altri casi, avevamo già posto rimedio».

    Emorragia parlamentare

    Insomma, l’emorragia parlamentare di Ap — a suo giudizio – è solo di ceto politico, non si porta dietro voti: «A parte l’ultimo report di Swg, che ci accredita del 3,2%, sono certo nel Paese esista un’area che va oltre i dati dei sondaggi. Infatti tutti mirano a conquistarla»: «Quanto al centro del centrodestra non esiste. Finirà inglobato nella lista con la scritta “Forza Italia — Federazione della libertà”. D’altronde la politica ha una sua logica: se la leadership in coalizione la conquista chi arriva primo, perché Berlusconi dovrebbe fare un’altra lista?». L’ex pupillo conosce il Cavaliere, «conosco il suo giudizio su tutti quelli che sono andati da lui».

    «Ciò che conta è la resilienza»

    Lo strappo è politico, «tutto è strettamente politico, anche gli attacchi che subisco non li considero personali ma sono dovuti al fatto che oggi i partiti si identificano con chi li guida. E io guido Ap».
    In questa chiave si pone alcune domande, che in realtà sono rivolte a Berlusconi: «A cosa vale questa fatica di recuperare parlamentari, avendo nei sondaggi il 13%? Non era preferibile tenere tutti nel Pdl, che aveva il 29%? Eppoi, a cosa è valsa in questi anni la campagna di Forza Italia contro di noi? Prima ha prodotto l’exploit del “royal baby” Renzi alle Europee, poi il balzo in avanti del “goleador” Salvini alle Amministrative». Guardare in casa d’altri sembra però un modo per distogliere l’attenzione dalla propria, che rischia di crollare. «Non è così», ribatte Alfano: «L’aggregazione di centro si farà». Con chi? «Di sicuro non con Verdini». Sul resto è reticente, per via — sostiene — di una «strana coincidenza» tra quanti contatta «e poi vengono contattati da altri». Sarà… «È così. In questa fase ciò che conta è resilienza, nervi saldi e conoscenza delle regole del gioco. Bisogna sapere resistere all’ondata. Dopodiché sarà Berlusconi a chiamare e adattare il suo story-telling. Se quel giorno arriverà, vorrà dire che avremo superato la prova e allora decideremo se rispondere al telefono. Un po’ quanto sta per accadere per la Sicilia». Ottimista. «No, realista».

    di: Francesco Verderami

    fonte: Il Corriere della Sera

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    Alfano: Un osservatorio per la libertà religiosa nel mondo – Avvenire

    Da oggi a Roma un Osservatorio mondiale. Libertà religiosa: l’impegno dell’Italia

     

     Caro direttore,

     la tutela e la promozione della libertà di religione costituiscono una delle priorità della politica estera italiana e dell’impegno dell’Italia in materia di diritti umani. Per questo sono particolarmente lieto di accogliere oggi, alla Farnesina, la Conferenza, organizzata insieme all’Ispi, dedicata alla tutela delle comunità religiose, con la partecipazione di rappresentanti del mondo religioso, accademico, diplomatico e di esperti internazionali.

    Coerentemente con l’intento di sostenere lo sviluppo di una cultura del dialogo e della reciproca comprensione, ho promosso la costituzione di un Osservatorio sulle minoranze religiose nel mondo e sul rispetto della libertà religiosa, che sarà istituito proprio oggi.

    L’Osservatorio avvierà processi di studio, analisi e monitoraggio delle condizioni delle minoranze religiose nel mondo, nell’ottica di rafforzarne la tutela. Elaborerà proposte per attività di sensibilizzazione, anche a livello locale, e svolgerà il proprio lavoro in coordinamento con la nostra rete diplomatica all’estero. Sono fiducioso che il lavoro dell’Osservatorio sarà un nuovo importante elemento del sistema Italia per la promozione della libertà di religione, perché vedrà schierati rappresentanti del mondo accademico e della società civile, con l’obiettivo di rendere la nostra azione ancor più efficace e mirata e più forte il nostro auspicio di pace. Difendere la libertà di ciascun individuo di professare la propria fede così come tutelare i diritti degli appartenenti a minoranze e comunità religiose sono elementi co-essenziali alla promozione di società inclusive e pacifiche. La diffusione di questi valori è indispensabile per la pace e la stabilità.

    Su questo fronte, ho voluto rilanciare la nostra azione politica sia nelle organizzazioni internazionali che nei rapporti diplomatici con i Paesi. Troppo  spesso il fattore religioso è stato visto come causa di conflitti anziché come parte della loro soluzione. La selettività e la sistematicità delle violenze perpetrate contro comunità minoritarie di credenti in particolare, ma non solo, nell’area mediorientale, esigono una chiara risposta da parte della comunità internazionale. Abbiamo vissuto con grande dolore, per esempio, gli attacchi e le violenze contro le minoranze cristiane nelle diverse zone del mondo. Ma è lo stesso dolore che colpisce tutti, quando una comunità religiosa è ferita e violata.

    Sono molteplici le iniziative lanciate a livello internazionale a tutela della libertà religiosa. In questa cornice occorre assicurare coerenza di azione e rafforzare, a riguardo, la nostra collaborazione – che è già positiva e incoraggiante – con numerosi partner. Ma la realtà attuale ci chiede sforzi aggiuntivi. Il nostro convinto contributo, anche attraverso interventi umanitari, per contrastare con efficacia le violenze nei confronti di minoranze etniche e religiose, si basa sul pieno rispetto dei principi di imparzialità e umanità. La nostra azione a livello internazionale si ispira da sempre al principio di universalità della risposta, con l’obiettivo di difendere le comunità colpite da queste violenze, indipendentemente dalla loro religione o etnia. Il focus della Conferenza si incentrerà su un aspetto che mi è particolarmente caro: la necessità di coinvolgere i giovani per poter promuovere una cultura del rispetto e del dialogo. I giovani, infatti, sono tra i principali attori che possono effettivamente farsi promotori di un cambiamento delle nostre società. È necessario impegnarci per sensibilizzare le nuove generazioni a questi temi e per promuovere l’educazione ai diritti umani, necessaria affinché ogni individuo acquisisca consapevolezza dei propri diritti e sia in grado di promuoverli e di esercitarli pienamente, ma anche di rispettare quelli degli altri.

    Angelino Alfano

  • INTERVENTO MINISTRO ALFANO-POLITICA ESTERA

    Alfano: Pace e democrazia. Un percorso europeo per i Paesi dei Balcani – Il Corriere della Sera

    Il ministro degli Esteri: Riconciliazione nei Balcani, per un’Europa più sicura

    12 luglio 2017 – In un’epoca di sfide globali, che richiedono l’impegno di tutti, la riunifícazione del continente è un investimento strategico nella pace, nella sicurezza, nella democrazia.
    È questo lo spirito che anima i lavori del Vertice di Trieste di oggi, nel corso del quale, alla presenza dei capi di Stato e di governo, discuteremo, con i nostri colleghi dei Balcani occidentali, di temi cruciali per il futuro dei nostri cittadini.

    Partendo dalle conclusioni del Consiglio europeo di marzo e dalla Dichiarazione di Roma del sessantennale della firma dei Trattati, confermeremo che la porta dell’Europa resta aperta ai Paesi che ne condividono i valori e ci adopereremo per accompagnare il percorso europeo dei Balcani occidentali.

    Ai nostri amici dei Balcani chiederemo un forte impegno a proseguire nel consolidamento delle istituzioni democratiche, nell’applicazione della rule of law, nello sviluppo di economie moderne e concorrenziali.

    Occorre superare le divisioni interne e le recriminazioni del passato per compiere una scelta europea irreversibile. Solo attraverso il dialogo e una forte spinta alla riconciliazione sarà possibile guardare con ottimismo al futuro.

    Non è più il tempo di esitazioni, ma di operare una decisa scelta di campo.
    Il Vertice di Trieste è la quarta tappa, dopo Berlino, Vienna e Parigi, di un processo, avviato con lungimiranza dalla cancelliera Merkel, per dare impulso alla transizione democratica, economica e sodale dei Balcani occidentali.

    Lavoriamo insieme per raggiungere questi risultati concreti :
    1) l’approvazione di un significativo pacchetto di nuovi progetti infrastrutturali nei settori dell’energia e dei trasporti — dopo che, nel corso dell’anno, sono stati già aperti i primi cantieri dei progetti approvati in precedenti vertici — per un impegno finanziario che raggiungerà il mezzo miliardo di euro;
    2) l’approfondimento dell’integrazione economica regionale per liberare le potenzialità di un mercato di 20 milioni di persone;
    3) la firma del Trattato istitutivo della Comunità dei Trasporti, per creare uno spazio integrato sul piano degli standard tecnici e delle normative;
    4) una forte spinta allo sviluppo del Transizione democratica La porta dell’Unione reste aperta ai Paesi che ne condividono i valori settore privato e in particolare delle Pmi;
    5) un rafforzamento delle capacità di prevenire e reprimere la corruzione;
    6) l’ampliamento, nel simbolico trentennale di Erasmus, delle opportunità offerte alle nuove generazioni, grazie anche alla piena funzionalità dell’ufficio regionale per la Cooperazione giovanile (Ryco).
    Porremo inoltre le basi per una cooperazione rafforzata nella lotta al terrorismo e alla radicalizzazione e per far fronte ai flussi migratori non controllati e gestiti da gruppi criminali.

    Sono obiettivi importanti che testimoniano la nostra volontà di accompagnare i Balcani occidentali verso il fondamentale traguardo dell’integrazione europea, ma che evidenziano anche un’accresciuta volontà degli stessi di prendere in mano le redini del loro futuro.

    Dalla splendida città di Trieste, che ringrazio di cuore per l’accoglienza, sono certo che nascerà un segnale forte per un destino finalmente condiviso.

     

    Angelino Alfano

  • bonusmamma2017070636516941

    #bonusmamma, Costa: Nella prossima legge di Bilancio detrazioni maggiori per chi fa più figli – Corriere della Sera

    Premio alla nascita: 200 mila domande in due mesi

    Chiamatelo «premio alla nascita». O «bonus mamma domani» come fu denominato all’inizio, prima che il termine «bonus» diventasse inflazionato. Fatto sta che gli 800 euro garantiti dalla legge di Bilancio alle donne che hanno superato il settimo mese di gravidanza o hanno un figlio nel 2017 sono già stati richiesti da 209 mila italiane. E il tutto nel giro di due mesi visto che l’Inps ha cominciato a ricevere le domande dal 4 maggio scorso.

    Il dato è in linea con le previsioni se si pensa che nel 2016 sono nati 474 mila bambini e tutti i nuovi nati quest’anno avranno diritto alla misura, indipendentemente dal reddito della madre o del nucleo familiare. «Non posso che essere soddisfatto dell’accoglienza riservata dai cittadini a questa misura, il nostro obiettivo è far sì che il premio alla nascita sia conosciuto nella maniera più ampia possibile, in modo che tutti coloro che ne hanno diritto facciano domanda», osserva il ministro per la Famiglia Enrico Costa, Alternativa popolare.

    Delle 209 mila domande 134.766 sono state presentate a nascita avvenuta, 73.500 dall’inizio dell’ottavo mese di gravidanza, 127 in seguito ad adozioni nazionali, 312 a fronte di adozioni internazionali e 302 per affidamento preadottivo. Se si tiene conto che in media le adozioni nazionali sono un migliaio l’anno e quelle internazionali 2.200, questi numeri fanno pensare che siano proprio le famiglie che scelgono l’adozione a non avere ancora approfittato del bonus. Dal canto suo l’Inps ha già iniziato a liquidare le domande. E si prepara a gestire dal prossimo 17 luglio anche quelle per il bonus nido: fino a mille euro l’anno in u mensilità sotto forma di contributo per la retta di nidi privati e pubblici. A questo punto le misure a sostegno di chi fa figli sono diverse: dal bonus bebè di 8o euro al mese per le famiglie sotto i 25 mila euro di Isee (misura triennale in scadenza quest’anno) al bonus babysitter di 600 euro al mese per le donne che rientrano al lavoro rinunciando al congedo parentale pagato al 3o96 (in questo caso l’obiettivo è ridurre il numero delle neomamme che si dimettono). Poi il premio alla nascita e il bonus nido. Queste misure andranno razionalizzate nella prossima legge di Bilancio dopo che l’Inps ha fatto presente la necessità, per far quadrare i conti della previdenza, di incentivare il lavoro delle donne? «Nella prossima legislatura sarà possibile mettere mano in modo organico al fisco per la famiglia — dice Costa —. Nella legge di Bilancio del 2017, in ogni caso, un segnale d’attenzione andrà dato. Noi pensiamo a un intervento sulle detrazioni in rapporto al numero di figli. D’altra parte misure che favoriscono la conciliazione esistono già: bonus nido e voucher baby sitter. E andranno integrate».

     

     

    di: Rita Querzé

     

    fonte: Il Corriere della Sera

  • on Scopelliti

    Scopelliti: Non può uscire di cella perché è il capo della mafia

    Su Riina la questione è molto semplice: se la Cassazione ha chiesto di motivare meglio una sentenza, che il Tribunale motivi meglio. Non credo avrà difficoltà a dimostrare che una persona che solo poco tempo fa minacciava dal carcere Don Ciotti è ancora un pericolo pubblico. Punto. Non ci dovrebbe essere nient’altro da dire. Se intervengo è perché mi sembra che la discussione stia prendendo una china sbagliata. Da una parte chi si appella alla cultura giuridica di Beccaria e dall’altra chi ricorda l’elenco delle vittime di Riina che non hanno potuto avere “una morte dignitosa”.

    A mio avviso entrambi gli approcci rischiano di portarci fuori strada. Mi spiego. La dignità, in particolare la dignità nel momento della malattia e della morte, è qualcosa che lo Stato deve garantire a ogni essere umano: questo non è in discussione. E bene ha fatto il Procuratore Antimafia e Antiterrorismo Roberti a ribadire che essa deve essere garantita a tutti coloro che sono ristretti in carcere, nonché a ricordare a scanso di equivoci che è quotidianamente garantita anche al detenuto Riina. Se il signor Riina Salvatore è malato e i medici dicono che ha bisogno di cure particolari che le abbia. In carcere o in ospedale appositamente attrezzato per ospitare detenuti così pericolosi. È stato fatto per Provenzano, per Liggio e tanti altri: sono morti in carcere assistiti da personale medico, mica abbandonati in una cella tra atroci sofferenze e nell’indifferenza generale… Quello che in pochi hanno sottolineato (tra questi voglio ricordare il Procuratore Gratteri, che è stato come sempre chiaro e didascalico) è che il detenuto Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri. E non (solo) perché si è macchiato dei più atroci ed efferati delitti, non per un male inteso senso di rivalsa o si vendetta. Non mi interessa quando e come muore Riina: gli auguro solo di trovare la forza per chiedere perdono a Dio per la sua vita ignobile e per la sofferenza che ha dato a molte famiglie. E non potete immaginare quanto costi a me – cresciuta senza un padre per decisione di quell’essere spregevole – scrivere queste parole.

    Non facciamo gli ipocriti, ci dice Gratteri. Non facciamo gli ipocriti: Riina non è un detenuto come gli altri. Comprendo chi ha fatto propria una cultura garantista e ci richiama al rispetto della dignità umana. Sottoscrivo che lo Stato non deve mai mettersi al livello dell’anti-Stato e quindi custodire quella pietas che la “montagna di merda” che è la mafia non ha e non può avere. Ma Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri, è un Capo. Mai si è pentito, mai ha collaborato. Rimandare Riina a Corleone non sarebbe un gesto di pietà, ma un suicidio. Un suicidio dello Stato. Il 41bis serve a isolare i Capi da chi è pronto ad ammazzare per loro: come possiamo garantire a Don Ciotti e a chi come lui combatte ogni giorno la mafia che non sarà dato ordine di ucciderlo?

    E infine la cosa più importante. Riina che entra a Corleone – anche se “solo” per morire – sarebbe di per sé un gesto evocativo e simbolico senza precedenti; dalla sub-cultura mafiosa sarebbe letto come un simbolo di un potere  immutato e immutabile: a me è riuscito quello che non è riuscito a Liggio e Provenzano. Anche loro erano malati, ma per me lo Stato ha fatto un’eccezione. Io sono il Capo dei Capi e lo Stato lo conferma lasciandomi andare.

    Avete presente quanto danno ha fatto il baciamano di San Luca alla battaglia quotidiana per diffondere una cultura della legalità tra i giovani delle zone controllate dalle mafie? Quale segnale di controllo del territorio abbia rappresentato? Immaginate quanto danno potrebbe fare Totò ‘u curtu che torna a casa a morire “circondato dall’affetto dei suoi cari”.

    La Cassazione ha chiesto al tribunale di precisare meglio perché Riina deve restare in carcere? E allora lo si scriva con parole semplici: non può uscire di prigione perché è un capo della mafia. E i capi della mafia muoiono in carcere, è questa la fine che devono fare. Sarà curato e morirà dignitosamente. In carcere.

    Lo Stato non deve abdicare al suo ruolo, si dice. Giusto. E tra i suoi ruoli c’è anche quello di fare giustizia e avere rispetto per chi è morto per difenderlo da gente come Riina Salvatore.

     

    di: Rosanna Scopelliti

    fonte: Il Dubbio

     

     

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    Intervento Maurizo Lupi su #Biotestamento

    Maurizio Lupi: Signora Presidente, onorevoli colleghi,

    diciamo subito che  il nostro gruppo di Alternativa popolare voterà contro il provvedimento che è in discussione  e all’attenzione di quest’Aula, contro le disposizioni anticipate di trattamento.

    Diciamo subito con chiarezza che  voteremo contro, non perché il nostro gruppo è contro il fatto che ci possa essere una legge, nel nostro Paese, che legiferi sul tema del consenso informato, anzi, l’onorevole Calabrò, sia nella passata legislatura che in questa, ha presentato un progetto di legge e si è fortemente impegnato perché ci potesse essere una legge che affrontasse, non in maniera strumentale, non in maniera alternativa tra la libertà del paziente di decidere a quali cure sottoporsi e il ruolo del medico e della famiglia ma in una alleanza, in un accordo tra i diversi soggetti, il tema del consenso informato e delle disposizioni anticipate di trattamento qualora il soggetto non fosse in condizioni di coscienza. Allora perché votiamo no a questa legge, anche se il Parlamento ha dimostrato, nel dibattito e nelle posizioni diverse, anche dure, di confronto, la legge è potuta migliorare? Votiamo no per un principio fondamentale e, cioè, che questa legge che viene sottoposta oggi all’esame della Camera dei deputati e che sarà poi sottoposta all’esame del Senato, sperando che possa essere migliorata in profondità, innanzitutto ha in sé una grandissima contraddizione. Questa Contraddizione la si legge nel principio fondamentale che ispira questa legge all’art. 1, che dice «viene tutelata la vita e la salute dell’individuo», quindi l’oggetto della legge è tutelare la vita e la salute dell’individuo. Nei successivi articoli della legge, poi, drammaticamente la contraddizione esplode, per cui l’oggetto non diventa più la tutela della salute e della vita dell’individuo ma esattamente il contrario: come porre fine alla vita, come mettere al centro un diritto che non esiste, che non c’è, che non è possibile, perché non esiste il diritto alla morte; esiste il diritto alla dignità della vita, esiste il diritto ad essere accompagnati con dignità nei momenti più difficili, in cui uno affronta anche la conclusione della sua vita, esiste il diritto, come stabilisce la Costituzione, di decidere se sottoporsi o non sottoporsi a delle cure. Esiste il dovere di dire no all’accanimento terapeutico, ma non esiste la possibilità, proprio per quella tutela della vita e quella dignità alla cura del malato, per esempio, di morire di fame e di sete. Questa è una delle ragioni fondamentali per cui voteremo no a questo disegno di legge, pur essendoci impegnati profondamente per migliorarla. È uno degli elementi fondamentali, e da questo punto di vista, ringrazio la discussione che si è fatta nel Comitato dei nove, nella Commissione, nel rapporto anomalo tra chi era a favore di questo disegno di legge, non una minoranza e un’opposizione, ma su questi temi si ci è divisi e ci si è confrontati profondamente. Appunto, ringrazio il fatto che almeno su un punto, anche se non nella totale chiarezza, si è migliorata questa legge e cioè il ruolo del medico. Su questo noi abbiamo fatto, come gruppo di Alternativa Popolare, una battaglia fondamentale, che è quella di dire: c’è la libertà del paziente, c’è la libertà dell’individuo nelle sue disposizioni, ma c’è anche un dovere di non rompere quell’alleanza fondamentale che vede nel ruolo del medico non un notaio, non un funzionario, ma nel ruolo del medico, nella professione del medico, quella di prendersi cura della persona, dell’ammalato. E allora è l’autonomia del medico, nell’alleanza con la famiglia, a decidere se quella disposizione, che aveva fatto quell’individuo che oggi non è cosciente, poteva e doveva essere attuata, nonostante in coscienza e professionalità il medico ritenesse impossibile attuarla, perché, banalmente, per esempio, il coma a cui è sottoposta quella persona ha detto: io, se mi ritrovo in una condizione in cui non sono cosciente non voglio essere curato, magari è sotto shock anafilattico, il medico sa che il coma è temporaneo, può fargli una puntura di cortisone, in quel momento non può fare la puntura di cortisone; è un assurdo, è una contraddizione. Il medico  deve poter prendere con responsabilità ed in autonomia la sua decisione, disattendendo, in questo modo, a quelle disposizioni anticipate di trattamento.  Questo ruolo è stato migliorato, è stato inserito con chiarezza, anche se poteva essere ancora scritto meglio, il ruolo del medico,  di questo noi siamo assolutamente soddisfatti. C’è un punto, invece, su cui non si è voluto comprendere e  capire, concordare perché forse questa era diventata una bandiera ideologica ed è sempre un dramma quando si sventolano le bandiere su temi che riguardano, da una parte e dall’altra, la vita, la dignità della persona, la dignità del malato, ed è quello dell’idratazione e dell’alimentazione. Abbiamo sempre affermato che alimentazione e idratazione non sono cure mediche; non dar da mangiare e da bere ad una persona anche ad un ammalato, anche ad un ammalato che non è cosciente non è togliergli una cura medica, ma è  farlo morire di fame e di sete, anche se questa idratazione o alimentazione avviene attraverso non il gesto caritatevole di chi ti aiuta e ti imbocca, con un cucchiaio ti dà da mangiare o con un bicchiere ti aiuta anche se non sei cosciente a quell’atto di amore che consiste nel darti un goccio d’acqua, e invece questo gesto avviene attraverso una macchina, cioè attraverso un dispositivo che è diverso, ma è sempre un grande gesto d’amore e di dignità nei  confronti del malato. Si è voluto non riconoscere questo, anzi, si è peggiorata la situazione, per cui oggi ci troviamo a dire che alimentazione e idratazione sono cure mediche e che possono essere sospese, tutto ciò va contro la dignità che ognuno di noi dovrebbe avere a cuore riguardo alla persona. C’è un altro elemento per cui noi non siamo assolutamente d’accordo e su cui avevamo lavorato, perché queste disposizioni anticipate di trattamento non fossero definitive, ma potessero essere affrontate e rinnovate dopo un certo periodo di tempo, 5 o 10 anni, anche qui era il realismo, era il buonsenso che determinava la nostra richiesta. Molti sanno, non perché sono medici, non perché sono scienziati, perché hanno studiato sui libri, che la posizione del malato, che le decisioni di una persona cambiano nello sviluppo della propria vita. Addirittura cambia, nello sviluppo della propria vita, per esempio la ricerca medica: cambia di anno in anno la possibilità che la ricerca medica possa non solo migliorare la qualità della vita, ma anche guarire per esempio da malattie da cui prima si pensava fosse impossibile guarire. Ecco, il rinnovarsi di queste disposizioni avrebbe garantito la possibilità, nella coscienza ovviamente della persona, di poter ridire con forza, anche a distanza di cinque anni o di dieci anni, che per la ricerca medico-scientifica sono un’enormità, di poter ripetere con forza ancora quelle disposizioni. Quanti medici, o quante persone hanno visto il paziente entrare con una volontà, e nel momento in cui è entrato in ospedale quella volontà cambiare? Cambiare nel dialogo, cambiare nella possibilità e nell’attenzione di tenere sempre ed avere a cuore la vita, laddove questa fosse aiutata e curata con grande dignità. Infine un altro tema che ho visto che ha fatto sviluppare un dibattito molto ideologico all’interno di quest’Aula. Avevamo chiesto che almeno queste disposizioni non si applicassero in quelle strutture, anche se convenzionate con la sanità pubblica, che per loro natura, per loro vocazione avessero, proprio per loro vocazione, ce ne sono tante nel nostro Paese, laiche e cattoliche, che avessero proprio per vocazione di quella struttura di accompagnare alla vita, alla cura. Pensate solamente ad una grande struttura che è da tutti conosciuta, quella di padre Pio: ecco, noi dicevamo, in quella clinica, in quel caso, quelle disposizioni, se vanno contro natura, lo statuto di quell’istituto, si possano applicare. Non è stato neanche ascoltato questo. Concludendo, noi voteremo contro questo provvedimento augurandoci che al Senato il provvedimento possa essere radicalmente  migliorato. Voteremo contro proprio perché esiste la possibilità e il diritto ad un consenso informato. Tutti noi dobbiamo essere contro l’accanimento terapeutico; ma deve esserci la grande dignità al diritto alla vita, al diritto alla cura; e non esiste il diritto alla morte, non esiste il diritto che lo Stato ti possa suicidare, accompagnare alla morte. Esiste la libertà, in cui ovviamente lo Stato non può entrare, deve rispettare fortemente la libertà; ma non c’è la pretesa da questo punto di vista. Rinnovo l’invito al Senato di migliorare una legge che si presta a incursioni interpretative della magistratura e che rischia di portarci gradualmente verso scelte eutanasiche, che dice, tra l’altro, la legge, di voler negare, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, gli anziani ammalati, che sono la maggioranza dei malati di questo Paese. Per questo il gruppo di Alternativa Popolare, in tutta scienza e coscienza, voterà no.

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    Cicchitto: Da Regeni ai cristiani copti. Gli italiani in Egitto hanno bisogno di un ambasciatore e di una commissione d’inchiesta

    Abbiamo l’impressione che il caso Regeni sia arrivato ad uno stallo nel senso che anche il meritorio intervento della procura di Roma ha ottenuto qualche risultato sul terreno dell’acquisizione di materiali validi per l’indagine, ma non ha potuto acquisire quelli decisivi. A questo punto alle recenti drammatiche dichiarazioni dei genitori di Giulio Regeni bisogna rispondere non solo con la più sentita solidarietà umana, ma anche con qualche impegnata iniziativa politico istituzionale.

    Per chiarezza, prima di avanzare qualche proposta esprimiamo in modo netto la nostra valutazione di fondo su quello che è avvenuto. Giulio Regeni è stato rapito e poi torturato fino alla morte in locali riservati, nei quali si poteva impunemente porre in essere un “lavoro” così sporco.

    Il governo egiziano finora non ha fornito alcuna prova (e nemmeno ha avanzato l’ipotesi) che un’operazione così efferata sia stata posta in essere da un gruppo terroristico ben organizzato, l’unico eventualmente in grado di compiere un crimine di questo tipo, prolungato nel tempo, al di fuori di strutture statali. Anzi, quando alcune autorità egiziane hanno provato a lanciare l’ipotesi dell’azione di una banda criminale lo hanno fatto in modo così maldestro, ma anche cruento (c’è stata l’uccisione di alcuni componenti del nucleo familiare a cui veniva attribuito il crimine) che esse hanno dovuto fare marcia indietro e abbandonare questa pista, non prima però di lasciare sul campo le prove di quanto sono coinvolte nell’omicidio perché hanno esibito i documenti di Giulio Regeni.

    Anche questo passo falso, neanche difeso con convinzione, concorre però a mettere in evidenza il fatto che un’operazione segnata da una violenza così prolungata nel tempo può essere stata posta in essere solo da un nucleo repressivo dello stato. Le documentate ricostruzioni apparse in questi giorni su La Repubblica sono impressionanti e sottolineano le responsabilità individuali di ufficiali egiziani che hanno guidato qualche gruppo operativo. Ora questo gruppo può aver agito in “automatico” (perché così già in passato era intervenuto nei confronti dei sospettati di dissenso o di spionaggio) oppure in modo mirato. Ad aprire qualche interrogativo ancora più inquietante sul caso ci sono le torture di straordinaria crudeltà di cui Regeni è stato vittima e il fatto che il suo corpo è stato ritrovato proprio il giorno nel quale l’allora ministra per lo sviluppo economico Guidi visitava l’Egitto alla guida di una delegazione di imprenditori italiani.

    Non si deve neanche dimenticare che l’Eni ha ottenuto in Egitto degli straordinari risultati che molte aziende concorrenti e relativi Stati ci invidiano e che vorrebbero far saltare. Aggiungiamo un’altra considerazione: visto quello che in varie occasioni è accaduto in Egitto, qualora i corpi di sicurezza, responsabili di questa operazione, si fossero resi conto di aver colpito una persona “sbagliata” sia per la sua nazionalità sia per il suo ruolo (non si trattava di una spia, ma di un ricercatore) avrebbero potuto benissimo fare sparire il suo corpo. È avvenuto esattamente il contrario e allora è forte la sensazione che il cadavere orribilmente torturato di Giulio Regeni (anzi torturato in modo così efferato da provocare un autentico choc a chi lo ha visto) sia stato esibito proprio per mettere in crisi i rapporti fra il governo e stato italiano da una parte, con il governo e lo stato egiziano dall’altra. È possibile che si tratti di un nucleo operativo del tutto marcio e corrotto che finora il governo egiziano non è stato capace di denunciare e di espellere forse per la profondità dei rapporti pregressi. A nostro avviso bisogna reagire in modo non statico e sostanzialmente passivo a questa deriva così negativa che è arrivata ad un punto morto.

    A nostro avviso l’Italia non può rimanere senza rappresentanza diplomatica in Egitto, sia per l’importanza di quel paese sia perché in esso si è aperto un altro fronte con la strage di cristiani copti, da tempo sottoposti ad attacchi armati per avere in loco una personalità istituzionalmente di prestigio, che lavori nei confronti di tutti gli ambienti politici e statuali egiziani, proprio per far emergere la verità sull’assassinio di Regeni e per stabilire positivi contatti con la società egiziana. Per evitare, però, che un atto del genere appaia o si risolva in una copertura nei confronti delle responsabilità egiziane, allora è bene che il parlamento italiano dia via libera alla proposta di una Commissione parlamentare d’inchiesta.

    Finora noi siamo stati assai perplessi sull’istituzione di questa commissione, vista anche l’esistenza di un’iniziativa della magistratura che però appare essere arrivata ad una situazione di stallo. Aggiungiamo un’altra considerazione, e cioè che, nei limiti del possibile, la Commissione parlamentare d’inchiesta dovrebbe recarsi anche in Inghilterra all‘Università di Cambridge e interrogare i professori e le professoresse che erano i “tutor” di Regeni e che gli hanno dato l’incarico di fare quella pericolosa ricerca sugli ambulanti egiziani e che finora hanno evitato in tutti i modi di parlare. Allora la combinazione fra due iniziative, quella dell’invio in Egitto del nostro ambasciatore e quella della istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, può mettere in moto un’iniziativa politica a 360 gradi, volta da un lato a ristabilire dei rapporti con l’Egitto e dall’altro lato a chiarire che per noi la vicenda dell’assassinio di Regeni è del tutto aperta e che siamo anche impegnati ad assicurare ai cristiani copti egiziani la massima solidarietà.

    Fabrizio Cicchitto

  • LorenzinTicket2017-04-05-PHOTO-00004674

    Lorenzin: Studiamo con le Regioni l’eliminazione del ticket – Intervista a Il Messaggero

    Non possiamo accettare che l’asse della proposta politica venga strattonato a sinistra.

    Impediremo la riforma del catasto non si può colpire di nuovo la casa.  

    Ministro Lorenzin, Alternativa popolare è appena nata e già scendete sul sentiero di guerra? «Guerra? Dal 2014 siamo stati la forza più responsabile e continuiamo ad esserlo. Il governo è la garanzia non solo della stabilità, ma dell’attuazione delle riforme degli ultimi tre anni, così come di arrivare alla fine della legislatura con una legge elettorale che non consegni il Paese al caos. Ma non possiamo accettare che l’asse della proposta politica venga strattonato a sinistra. La barra deve restare dritta sulla crescita, con l’ambizione di impedire che l’Italia venga consegnata ai populisti».

    Alfano ha ricordato a Gentiloni che il governo non è un monocolore Pd… «Già. L’esecutivo deve governare nell’interesse degli italiani, volando alto. E deve tenersi alla larga delle vicende interne ai partiti che si consumeranno inevitabilmente nei prossimi mesi, ma anche i partiti devono fare lo stesso. Sono sicura che Gentiloni saprà trovare la sintesi nella coalizione e nel Paese».

    Nessuno crede alle minacce dei centristi, nessuno pensa che potreste davvero aprire una crisi. «Il tema non è la crisi, ma fare le riforme ed evitare di galleggiare un anno. Noi ci siamo, vogliamo come sempre incidere sui temi. Per questo sui voucher abbiamo fatto passare in Consiglio dei ministri, per senso di responsabilità, una norma che non ci mandava a fare un referendum al buio su una materia importante come il lavoro. Ma allo stesso tempo abbiamo avanzato una proposta per evitare il vuoto normativo che lascerebbe milioni di lavoratori senza una tipologia contrattuale. Abbiamo proposto l’estensione del lavoro a chiamata, il coupon lavoro per le famiglie e il volontariato e i mini contratti alla tedesca. Proposte concrete per problemi reali».

    E se non veniste ascoltati? «Perché non dovrebbero ascoltarci? Diciamo cose di buonsenso e abbiamo la forza nel governo e in Parlamento per farci sentire. Non possiamo più permettere che il ceto medio che sta soffrendo, che si è impoverito in Italia come nel resto d’Europa, non abbia una voce costruttiva. La classe media va tutelata e siamo, saremo, noi a farlo. Ad esempio impediremo l’approvazione della riforma del catasto così com’è stata ipotizzata in questi giorni».

    Perché? «Per come è stata disegnata, si rischia una nuova stangata per i proprietari degli immobili. Se non si sta attenti a come le nuove norme incidono sulla popolazione, si va a impattare sugli anziani, sulle famiglie che in passato hanno acquistato una casa come bene rifugio. Serve attenzione, prudenza. Non si può colpire fiscalmente di nuovo la casa».

    Tra le vostre rivendicazioni c’è anche la legge sulla legittima difesa. Qual è lo spirito? «Non certo di trasformare gli italiani in sceriffi. Ma vogliamo tutelare i cittadini aggrediti in casa propria: aumentando le pene per la violazione di domicilio, escludendo il risarcimento del danno subito da chi si introduce nel domicilio altrui e cancellando l’eccesso colposo di legittima difesa in caso di violazione di domicilio».

    Oggi inizia la road map per la revisione dei ticket sanitari. Quale sarà l’approdo? «Il mio obiettivo è quello di dare una risposta al 6,5% di italiani che, come ricorda Eurostat, non riesce ad avere accesso alle cure e alle prestazioni sanitarie nonostante le riforme messe in campo che ampliano l’offerta di terapie gratuite per gli assistiti. Sono cittadini, prevalentemente residenti al Sud, anziani e in condizione di disagio, nuovi poveri, famiglie numerose o monoreddito. Persone che fino a pochi anni fa non avevano questi problemi e che oggi pagano il prezzo della crisi economica e rinunciano alle cure e non riescono a sostenere neppure i ticket. Spesso sono invisibili che non riescono più a far valere i propri diritti fondamentali».

    In concreto? «Oggi proporrò alle Regioni un tavolo tecnico misto per arrivare entro l’estate ad una proposta di revisione condivisa e innovativa. Abbiamo come punto di riferimento il patto della salute che prevede un sistema di compartecipazione alla spesa sanitaria equo e sostenibile per le famiglie. Non escludo neanche una graduale eliminazione del ticket o una sua specifica destinazione a favore dell’assistenza agli anziani o alle famiglie in difficoltà. Sono ipotesi che analizzeremo nel tavolo tecnico».

    La Direzione di Ap chiede una legge elettorale senza ricatti. Chi ricatta? «La nostra proposta è sul tavolo: vogliamo trasferire l’Italicum della Camera al Senato, con uno sbarramento al 3% e il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista. La rappresentanza va garantita, contemperandola con la governabilità e gli sforzi di aggregazione».

    Ap con chi si alleerebbe? «Le alleanze si fanno sui programmi, il sentimento comune e i valori condivisi. Le sommatorie algebriche non hanno anima. Sabato ci allargheremo ai centristi di Casini, ci candidiamo a rappresentare il Partito popolare europeo in Italia. Poi partiamo con le primarie del centro liberal popolare a cui abbiamo già avuto adesioni. Cerchiamo un’aggregazione che parta dal basso e riparli al primo partito degli italiani: gli astenuti. Il nostro obiettivo è dare una voce al ceto medio che in questi anni è stato intercettato dai populisti che hanno giocato sulla rabbia e sulla paura di una crisi globale, senza offrire proposte per migliorarne la condizione sul fronte del welfare, della riduzione del peso fiscale, degli aiuti a giovani e famiglie. Oggi ci sono decine di migliaia di giovani coppie che non si possono permettere di avere un bambino perché non hanno un reddito sufficiente. Questo è il tema del presente e del prossimo futuro. Dobbiamo mettere in campo nuove idee per sostenere il lavoro e il reddito delle famiglie con figli. Penso alle soluzioni francesi e tedesca, dare risorse economiche e servizi per il sostentamento dei bambini».

    Quanto vi spaventa il ritorno di Renzi? «Spaventati? Renzi ha inaugurato una stagione riformista che abbiamo condiviso convintamente. Se il Pd torna ad avere una guida forte, e finisce la conflittualità interna, è un bene per tutti. Ma noi non ci occupiamo del Pd, la nostra mission è costruire un centro liberale e popolare».

     

    di: Alberto Gentili

    fonte: Il Messaggero

  • scopelliti2017-03-31-PHOTO-00004536

    Scopelliti: #Alatri come il Far West. Le istituzioni hanno sbagliato – Il Dubbio

    Rosanna Scopelliti: quello che manca a questa triste vicenda è il senso della giustizia come valore assoluto. Non possiamo permetterci che i cittadini si sentano abbandonati dallo Stato.

     

    Alatri è una piccola cittadina di 30mila persone, incastonata nelle montagne dell’Appennino laziale in provincia di Frosinone che, improvvisamente, si è trovata scaraventata al centro delle cronache italiane per un fatto di sangue tragico quanto crudele e futile. Una comunità, dove tutti si conoscono, che viene sconvolta dalla barbara morte di un ragazzo di venti anni, ucciso a mani nude, con una violenza brutale per un banale litigio in un locale notturno davanti agli occhi attoniti della fidanzata e degli amici. Un paese tranquillo che si risveglia sconvolto e si trasforma in Far West perché le istituzioni non fanno il loro dovere. Un borgo trasformato nell’emblema della cattiva politica e della cattiva gestione del territorio e della sua comunità. Ed ecco che dopo la tragedia del povero Emanuele, un ragazzo pieno di sogni e speranze, si succedono risse, macchine bruciate, omertà e persone che fuggono dal paese per paura di ritorsioni e della violenza non ancora sopita. Quello che terribilmente manca a questa triste vicenda è il senso della giustizia come valore assoluto, come istituzione alla quale ogni cittadino deve credere e guardare con fiducia e rispetto. Oggi, se ci fosse davvero questo senso comune della giustizia diffusa, nessuno degli inconsapevoli protagonisti di questa storia, cercherebbe di farsela da solo. Questa ricerca ossessiva della giustizia fai da te è la deriva più preoccupante e malinconica di questo fatto di sangue che ha sconvolto tante famiglie e un’intera comunità. Il nostro compito è quello di mettere i cittadini in condizione di ricominciare a credere nelle istituzioni e nella giustizia e per questo mi auguro che ai responsabili di questo vile omicidio venga inflitta una pena adeguata, nella speranza che si torni a ragionare in modo civile non solo in quel paese sconvolto, ma in tutta Italia, non possiamo rassegnarci allo sconforto, non possiamo permettere che i cittadini si sentano abbandonati dallo Stato.

  • raffaele pdl - RAFFAELE CALABRO' - Fotografo: imagoeconomica

    Calabrò: senza correttivi, Ncd voterà contro. #biotestamento 

     

    «Riconosco alla collega e relatrice Lenzi di aver mediato per apportare modifiche al testo sulle DAT che hanno accorciato le distanze tra Ncd e Pd, ma possiamo fare di più perché il testo contiene criticità che dobbiamo superare. E’ sacrosanta la libertà di un soggetto di rifiutare determinate terapie anche se quella scelta gli costerà la vita, ma morirà per il decorso della malattia. Questa legge vuole elevare a diritto la pretesa che sia il servizio sanitario nazionale a condurci alla morte sospendendo l’idratazione e l’alimentazione artificiale. La loro sospensione configura un’eutanasia passiva e omissiva e noi non vogliamo e non possiamo legittimare l’eutanasia. Per Ncd l’idratazione e la nutrizione artificiali possono essere sospese solo se veicoli di terapie farmacologiche. Da questo punto non torniamo indietro».   E’ quanto dichiara Raffaele Calabrò (Ap-Ncd), relatore di minoranza della legge sulle DAT.

    «Credo che vada assolutamente specificato che le Dat si applicano quando il soggetto è in uno stato clinico irreversibile, in un’incapacità permanente, per evitare che al paziente venga sospesa una cura salvavita. Senza questi correttivi – conclude Calabrò- NCD non potrà che votare contro».

    Scarica il testo dell’intervento dell’on. Calabrò