• on Scopelliti

    Scopelliti: Non può uscire di cella perché è il capo della mafia

    Su Riina la questione è molto semplice: se la Cassazione ha chiesto di motivare meglio una sentenza, che il Tribunale motivi meglio. Non credo avrà difficoltà a dimostrare che una persona che solo poco tempo fa minacciava dal carcere Don Ciotti è ancora un pericolo pubblico. Punto. Non ci dovrebbe essere nient’altro da dire. Se intervengo è perché mi sembra che la discussione stia prendendo una china sbagliata. Da una parte chi si appella alla cultura giuridica di Beccaria e dall’altra chi ricorda l’elenco delle vittime di Riina che non hanno potuto avere “una morte dignitosa”.

    A mio avviso entrambi gli approcci rischiano di portarci fuori strada. Mi spiego. La dignità, in particolare la dignità nel momento della malattia e della morte, è qualcosa che lo Stato deve garantire a ogni essere umano: questo non è in discussione. E bene ha fatto il Procuratore Antimafia e Antiterrorismo Roberti a ribadire che essa deve essere garantita a tutti coloro che sono ristretti in carcere, nonché a ricordare a scanso di equivoci che è quotidianamente garantita anche al detenuto Riina. Se il signor Riina Salvatore è malato e i medici dicono che ha bisogno di cure particolari che le abbia. In carcere o in ospedale appositamente attrezzato per ospitare detenuti così pericolosi. È stato fatto per Provenzano, per Liggio e tanti altri: sono morti in carcere assistiti da personale medico, mica abbandonati in una cella tra atroci sofferenze e nell’indifferenza generale… Quello che in pochi hanno sottolineato (tra questi voglio ricordare il Procuratore Gratteri, che è stato come sempre chiaro e didascalico) è che il detenuto Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri. E non (solo) perché si è macchiato dei più atroci ed efferati delitti, non per un male inteso senso di rivalsa o si vendetta. Non mi interessa quando e come muore Riina: gli auguro solo di trovare la forza per chiedere perdono a Dio per la sua vita ignobile e per la sofferenza che ha dato a molte famiglie. E non potete immaginare quanto costi a me – cresciuta senza un padre per decisione di quell’essere spregevole – scrivere queste parole.

    Non facciamo gli ipocriti, ci dice Gratteri. Non facciamo gli ipocriti: Riina non è un detenuto come gli altri. Comprendo chi ha fatto propria una cultura garantista e ci richiama al rispetto della dignità umana. Sottoscrivo che lo Stato non deve mai mettersi al livello dell’anti-Stato e quindi custodire quella pietas che la “montagna di merda” che è la mafia non ha e non può avere. Ma Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri, è un Capo. Mai si è pentito, mai ha collaborato. Rimandare Riina a Corleone non sarebbe un gesto di pietà, ma un suicidio. Un suicidio dello Stato. Il 41bis serve a isolare i Capi da chi è pronto ad ammazzare per loro: come possiamo garantire a Don Ciotti e a chi come lui combatte ogni giorno la mafia che non sarà dato ordine di ucciderlo?

    E infine la cosa più importante. Riina che entra a Corleone – anche se “solo” per morire – sarebbe di per sé un gesto evocativo e simbolico senza precedenti; dalla sub-cultura mafiosa sarebbe letto come un simbolo di un potere  immutato e immutabile: a me è riuscito quello che non è riuscito a Liggio e Provenzano. Anche loro erano malati, ma per me lo Stato ha fatto un’eccezione. Io sono il Capo dei Capi e lo Stato lo conferma lasciandomi andare.

    Avete presente quanto danno ha fatto il baciamano di San Luca alla battaglia quotidiana per diffondere una cultura della legalità tra i giovani delle zone controllate dalle mafie? Quale segnale di controllo del territorio abbia rappresentato? Immaginate quanto danno potrebbe fare Totò ‘u curtu che torna a casa a morire “circondato dall’affetto dei suoi cari”.

    La Cassazione ha chiesto al tribunale di precisare meglio perché Riina deve restare in carcere? E allora lo si scriva con parole semplici: non può uscire di prigione perché è un capo della mafia. E i capi della mafia muoiono in carcere, è questa la fine che devono fare. Sarà curato e morirà dignitosamente. In carcere.

    Lo Stato non deve abdicare al suo ruolo, si dice. Giusto. E tra i suoi ruoli c’è anche quello di fare giustizia e avere rispetto per chi è morto per difenderlo da gente come Riina Salvatore.

     

    di: Rosanna Scopelliti

    fonte: Il Dubbio

     

     

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    Intervento Maurizo Lupi su #Biotestamento

    Maurizio Lupi: Signora Presidente, onorevoli colleghi,

    diciamo subito che  il nostro gruppo di Alternativa popolare voterà contro il provvedimento che è in discussione  e all’attenzione di quest’Aula, contro le disposizioni anticipate di trattamento.

    Diciamo subito con chiarezza che  voteremo contro, non perché il nostro gruppo è contro il fatto che ci possa essere una legge, nel nostro Paese, che legiferi sul tema del consenso informato, anzi, l’onorevole Calabrò, sia nella passata legislatura che in questa, ha presentato un progetto di legge e si è fortemente impegnato perché ci potesse essere una legge che affrontasse, non in maniera strumentale, non in maniera alternativa tra la libertà del paziente di decidere a quali cure sottoporsi e il ruolo del medico e della famiglia ma in una alleanza, in un accordo tra i diversi soggetti, il tema del consenso informato e delle disposizioni anticipate di trattamento qualora il soggetto non fosse in condizioni di coscienza. Allora perché votiamo no a questa legge, anche se il Parlamento ha dimostrato, nel dibattito e nelle posizioni diverse, anche dure, di confronto, la legge è potuta migliorare? Votiamo no per un principio fondamentale e, cioè, che questa legge che viene sottoposta oggi all’esame della Camera dei deputati e che sarà poi sottoposta all’esame del Senato, sperando che possa essere migliorata in profondità, innanzitutto ha in sé una grandissima contraddizione. Questa Contraddizione la si legge nel principio fondamentale che ispira questa legge all’art. 1, che dice «viene tutelata la vita e la salute dell’individuo», quindi l’oggetto della legge è tutelare la vita e la salute dell’individuo. Nei successivi articoli della legge, poi, drammaticamente la contraddizione esplode, per cui l’oggetto non diventa più la tutela della salute e della vita dell’individuo ma esattamente il contrario: come porre fine alla vita, come mettere al centro un diritto che non esiste, che non c’è, che non è possibile, perché non esiste il diritto alla morte; esiste il diritto alla dignità della vita, esiste il diritto ad essere accompagnati con dignità nei momenti più difficili, in cui uno affronta anche la conclusione della sua vita, esiste il diritto, come stabilisce la Costituzione, di decidere se sottoporsi o non sottoporsi a delle cure. Esiste il dovere di dire no all’accanimento terapeutico, ma non esiste la possibilità, proprio per quella tutela della vita e quella dignità alla cura del malato, per esempio, di morire di fame e di sete. Questa è una delle ragioni fondamentali per cui voteremo no a questo disegno di legge, pur essendoci impegnati profondamente per migliorarla. È uno degli elementi fondamentali, e da questo punto di vista, ringrazio la discussione che si è fatta nel Comitato dei nove, nella Commissione, nel rapporto anomalo tra chi era a favore di questo disegno di legge, non una minoranza e un’opposizione, ma su questi temi si ci è divisi e ci si è confrontati profondamente. Appunto, ringrazio il fatto che almeno su un punto, anche se non nella totale chiarezza, si è migliorata questa legge e cioè il ruolo del medico. Su questo noi abbiamo fatto, come gruppo di Alternativa Popolare, una battaglia fondamentale, che è quella di dire: c’è la libertà del paziente, c’è la libertà dell’individuo nelle sue disposizioni, ma c’è anche un dovere di non rompere quell’alleanza fondamentale che vede nel ruolo del medico non un notaio, non un funzionario, ma nel ruolo del medico, nella professione del medico, quella di prendersi cura della persona, dell’ammalato. E allora è l’autonomia del medico, nell’alleanza con la famiglia, a decidere se quella disposizione, che aveva fatto quell’individuo che oggi non è cosciente, poteva e doveva essere attuata, nonostante in coscienza e professionalità il medico ritenesse impossibile attuarla, perché, banalmente, per esempio, il coma a cui è sottoposta quella persona ha detto: io, se mi ritrovo in una condizione in cui non sono cosciente non voglio essere curato, magari è sotto shock anafilattico, il medico sa che il coma è temporaneo, può fargli una puntura di cortisone, in quel momento non può fare la puntura di cortisone; è un assurdo, è una contraddizione. Il medico  deve poter prendere con responsabilità ed in autonomia la sua decisione, disattendendo, in questo modo, a quelle disposizioni anticipate di trattamento.  Questo ruolo è stato migliorato, è stato inserito con chiarezza, anche se poteva essere ancora scritto meglio, il ruolo del medico,  di questo noi siamo assolutamente soddisfatti. C’è un punto, invece, su cui non si è voluto comprendere e  capire, concordare perché forse questa era diventata una bandiera ideologica ed è sempre un dramma quando si sventolano le bandiere su temi che riguardano, da una parte e dall’altra, la vita, la dignità della persona, la dignità del malato, ed è quello dell’idratazione e dell’alimentazione. Abbiamo sempre affermato che alimentazione e idratazione non sono cure mediche; non dar da mangiare e da bere ad una persona anche ad un ammalato, anche ad un ammalato che non è cosciente non è togliergli una cura medica, ma è  farlo morire di fame e di sete, anche se questa idratazione o alimentazione avviene attraverso non il gesto caritatevole di chi ti aiuta e ti imbocca, con un cucchiaio ti dà da mangiare o con un bicchiere ti aiuta anche se non sei cosciente a quell’atto di amore che consiste nel darti un goccio d’acqua, e invece questo gesto avviene attraverso una macchina, cioè attraverso un dispositivo che è diverso, ma è sempre un grande gesto d’amore e di dignità nei  confronti del malato. Si è voluto non riconoscere questo, anzi, si è peggiorata la situazione, per cui oggi ci troviamo a dire che alimentazione e idratazione sono cure mediche e che possono essere sospese, tutto ciò va contro la dignità che ognuno di noi dovrebbe avere a cuore riguardo alla persona. C’è un altro elemento per cui noi non siamo assolutamente d’accordo e su cui avevamo lavorato, perché queste disposizioni anticipate di trattamento non fossero definitive, ma potessero essere affrontate e rinnovate dopo un certo periodo di tempo, 5 o 10 anni, anche qui era il realismo, era il buonsenso che determinava la nostra richiesta. Molti sanno, non perché sono medici, non perché sono scienziati, perché hanno studiato sui libri, che la posizione del malato, che le decisioni di una persona cambiano nello sviluppo della propria vita. Addirittura cambia, nello sviluppo della propria vita, per esempio la ricerca medica: cambia di anno in anno la possibilità che la ricerca medica possa non solo migliorare la qualità della vita, ma anche guarire per esempio da malattie da cui prima si pensava fosse impossibile guarire. Ecco, il rinnovarsi di queste disposizioni avrebbe garantito la possibilità, nella coscienza ovviamente della persona, di poter ridire con forza, anche a distanza di cinque anni o di dieci anni, che per la ricerca medico-scientifica sono un’enormità, di poter ripetere con forza ancora quelle disposizioni. Quanti medici, o quante persone hanno visto il paziente entrare con una volontà, e nel momento in cui è entrato in ospedale quella volontà cambiare? Cambiare nel dialogo, cambiare nella possibilità e nell’attenzione di tenere sempre ed avere a cuore la vita, laddove questa fosse aiutata e curata con grande dignità. Infine un altro tema che ho visto che ha fatto sviluppare un dibattito molto ideologico all’interno di quest’Aula. Avevamo chiesto che almeno queste disposizioni non si applicassero in quelle strutture, anche se convenzionate con la sanità pubblica, che per loro natura, per loro vocazione avessero, proprio per loro vocazione, ce ne sono tante nel nostro Paese, laiche e cattoliche, che avessero proprio per vocazione di quella struttura di accompagnare alla vita, alla cura. Pensate solamente ad una grande struttura che è da tutti conosciuta, quella di padre Pio: ecco, noi dicevamo, in quella clinica, in quel caso, quelle disposizioni, se vanno contro natura, lo statuto di quell’istituto, si possano applicare. Non è stato neanche ascoltato questo. Concludendo, noi voteremo contro questo provvedimento augurandoci che al Senato il provvedimento possa essere radicalmente  migliorato. Voteremo contro proprio perché esiste la possibilità e il diritto ad un consenso informato. Tutti noi dobbiamo essere contro l’accanimento terapeutico; ma deve esserci la grande dignità al diritto alla vita, al diritto alla cura; e non esiste il diritto alla morte, non esiste il diritto che lo Stato ti possa suicidare, accompagnare alla morte. Esiste la libertà, in cui ovviamente lo Stato non può entrare, deve rispettare fortemente la libertà; ma non c’è la pretesa da questo punto di vista. Rinnovo l’invito al Senato di migliorare una legge che si presta a incursioni interpretative della magistratura e che rischia di portarci gradualmente verso scelte eutanasiche, che dice, tra l’altro, la legge, di voler negare, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, gli anziani ammalati, che sono la maggioranza dei malati di questo Paese. Per questo il gruppo di Alternativa Popolare, in tutta scienza e coscienza, voterà no.

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    Cicchitto: Da Regeni ai cristiani copti. Gli italiani in Egitto hanno bisogno di un ambasciatore e di una commissione d’inchiesta

    Abbiamo l’impressione che il caso Regeni sia arrivato ad uno stallo nel senso che anche il meritorio intervento della procura di Roma ha ottenuto qualche risultato sul terreno dell’acquisizione di materiali validi per l’indagine, ma non ha potuto acquisire quelli decisivi. A questo punto alle recenti drammatiche dichiarazioni dei genitori di Giulio Regeni bisogna rispondere non solo con la più sentita solidarietà umana, ma anche con qualche impegnata iniziativa politico istituzionale.

    Per chiarezza, prima di avanzare qualche proposta esprimiamo in modo netto la nostra valutazione di fondo su quello che è avvenuto. Giulio Regeni è stato rapito e poi torturato fino alla morte in locali riservati, nei quali si poteva impunemente porre in essere un “lavoro” così sporco.

    Il governo egiziano finora non ha fornito alcuna prova (e nemmeno ha avanzato l’ipotesi) che un’operazione così efferata sia stata posta in essere da un gruppo terroristico ben organizzato, l’unico eventualmente in grado di compiere un crimine di questo tipo, prolungato nel tempo, al di fuori di strutture statali. Anzi, quando alcune autorità egiziane hanno provato a lanciare l’ipotesi dell’azione di una banda criminale lo hanno fatto in modo così maldestro, ma anche cruento (c’è stata l’uccisione di alcuni componenti del nucleo familiare a cui veniva attribuito il crimine) che esse hanno dovuto fare marcia indietro e abbandonare questa pista, non prima però di lasciare sul campo le prove di quanto sono coinvolte nell’omicidio perché hanno esibito i documenti di Giulio Regeni.

    Anche questo passo falso, neanche difeso con convinzione, concorre però a mettere in evidenza il fatto che un’operazione segnata da una violenza così prolungata nel tempo può essere stata posta in essere solo da un nucleo repressivo dello stato. Le documentate ricostruzioni apparse in questi giorni su La Repubblica sono impressionanti e sottolineano le responsabilità individuali di ufficiali egiziani che hanno guidato qualche gruppo operativo. Ora questo gruppo può aver agito in “automatico” (perché così già in passato era intervenuto nei confronti dei sospettati di dissenso o di spionaggio) oppure in modo mirato. Ad aprire qualche interrogativo ancora più inquietante sul caso ci sono le torture di straordinaria crudeltà di cui Regeni è stato vittima e il fatto che il suo corpo è stato ritrovato proprio il giorno nel quale l’allora ministra per lo sviluppo economico Guidi visitava l’Egitto alla guida di una delegazione di imprenditori italiani.

    Non si deve neanche dimenticare che l’Eni ha ottenuto in Egitto degli straordinari risultati che molte aziende concorrenti e relativi Stati ci invidiano e che vorrebbero far saltare. Aggiungiamo un’altra considerazione: visto quello che in varie occasioni è accaduto in Egitto, qualora i corpi di sicurezza, responsabili di questa operazione, si fossero resi conto di aver colpito una persona “sbagliata” sia per la sua nazionalità sia per il suo ruolo (non si trattava di una spia, ma di un ricercatore) avrebbero potuto benissimo fare sparire il suo corpo. È avvenuto esattamente il contrario e allora è forte la sensazione che il cadavere orribilmente torturato di Giulio Regeni (anzi torturato in modo così efferato da provocare un autentico choc a chi lo ha visto) sia stato esibito proprio per mettere in crisi i rapporti fra il governo e stato italiano da una parte, con il governo e lo stato egiziano dall’altra. È possibile che si tratti di un nucleo operativo del tutto marcio e corrotto che finora il governo egiziano non è stato capace di denunciare e di espellere forse per la profondità dei rapporti pregressi. A nostro avviso bisogna reagire in modo non statico e sostanzialmente passivo a questa deriva così negativa che è arrivata ad un punto morto.

    A nostro avviso l’Italia non può rimanere senza rappresentanza diplomatica in Egitto, sia per l’importanza di quel paese sia perché in esso si è aperto un altro fronte con la strage di cristiani copti, da tempo sottoposti ad attacchi armati per avere in loco una personalità istituzionalmente di prestigio, che lavori nei confronti di tutti gli ambienti politici e statuali egiziani, proprio per far emergere la verità sull’assassinio di Regeni e per stabilire positivi contatti con la società egiziana. Per evitare, però, che un atto del genere appaia o si risolva in una copertura nei confronti delle responsabilità egiziane, allora è bene che il parlamento italiano dia via libera alla proposta di una Commissione parlamentare d’inchiesta.

    Finora noi siamo stati assai perplessi sull’istituzione di questa commissione, vista anche l’esistenza di un’iniziativa della magistratura che però appare essere arrivata ad una situazione di stallo. Aggiungiamo un’altra considerazione, e cioè che, nei limiti del possibile, la Commissione parlamentare d’inchiesta dovrebbe recarsi anche in Inghilterra all‘Università di Cambridge e interrogare i professori e le professoresse che erano i “tutor” di Regeni e che gli hanno dato l’incarico di fare quella pericolosa ricerca sugli ambulanti egiziani e che finora hanno evitato in tutti i modi di parlare. Allora la combinazione fra due iniziative, quella dell’invio in Egitto del nostro ambasciatore e quella della istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, può mettere in moto un’iniziativa politica a 360 gradi, volta da un lato a ristabilire dei rapporti con l’Egitto e dall’altro lato a chiarire che per noi la vicenda dell’assassinio di Regeni è del tutto aperta e che siamo anche impegnati ad assicurare ai cristiani copti egiziani la massima solidarietà.

    Fabrizio Cicchitto

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    Lorenzin: Studiamo con le Regioni l’eliminazione del ticket – Intervista a Il Messaggero

    Non possiamo accettare che l’asse della proposta politica venga strattonato a sinistra.

    Impediremo la riforma del catasto non si può colpire di nuovo la casa.  

    Ministro Lorenzin, Alternativa popolare è appena nata e già scendete sul sentiero di guerra? «Guerra? Dal 2014 siamo stati la forza più responsabile e continuiamo ad esserlo. Il governo è la garanzia non solo della stabilità, ma dell’attuazione delle riforme degli ultimi tre anni, così come di arrivare alla fine della legislatura con una legge elettorale che non consegni il Paese al caos. Ma non possiamo accettare che l’asse della proposta politica venga strattonato a sinistra. La barra deve restare dritta sulla crescita, con l’ambizione di impedire che l’Italia venga consegnata ai populisti».

    Alfano ha ricordato a Gentiloni che il governo non è un monocolore Pd… «Già. L’esecutivo deve governare nell’interesse degli italiani, volando alto. E deve tenersi alla larga delle vicende interne ai partiti che si consumeranno inevitabilmente nei prossimi mesi, ma anche i partiti devono fare lo stesso. Sono sicura che Gentiloni saprà trovare la sintesi nella coalizione e nel Paese».

    Nessuno crede alle minacce dei centristi, nessuno pensa che potreste davvero aprire una crisi. «Il tema non è la crisi, ma fare le riforme ed evitare di galleggiare un anno. Noi ci siamo, vogliamo come sempre incidere sui temi. Per questo sui voucher abbiamo fatto passare in Consiglio dei ministri, per senso di responsabilità, una norma che non ci mandava a fare un referendum al buio su una materia importante come il lavoro. Ma allo stesso tempo abbiamo avanzato una proposta per evitare il vuoto normativo che lascerebbe milioni di lavoratori senza una tipologia contrattuale. Abbiamo proposto l’estensione del lavoro a chiamata, il coupon lavoro per le famiglie e il volontariato e i mini contratti alla tedesca. Proposte concrete per problemi reali».

    E se non veniste ascoltati? «Perché non dovrebbero ascoltarci? Diciamo cose di buonsenso e abbiamo la forza nel governo e in Parlamento per farci sentire. Non possiamo più permettere che il ceto medio che sta soffrendo, che si è impoverito in Italia come nel resto d’Europa, non abbia una voce costruttiva. La classe media va tutelata e siamo, saremo, noi a farlo. Ad esempio impediremo l’approvazione della riforma del catasto così com’è stata ipotizzata in questi giorni».

    Perché? «Per come è stata disegnata, si rischia una nuova stangata per i proprietari degli immobili. Se non si sta attenti a come le nuove norme incidono sulla popolazione, si va a impattare sugli anziani, sulle famiglie che in passato hanno acquistato una casa come bene rifugio. Serve attenzione, prudenza. Non si può colpire fiscalmente di nuovo la casa».

    Tra le vostre rivendicazioni c’è anche la legge sulla legittima difesa. Qual è lo spirito? «Non certo di trasformare gli italiani in sceriffi. Ma vogliamo tutelare i cittadini aggrediti in casa propria: aumentando le pene per la violazione di domicilio, escludendo il risarcimento del danno subito da chi si introduce nel domicilio altrui e cancellando l’eccesso colposo di legittima difesa in caso di violazione di domicilio».

    Oggi inizia la road map per la revisione dei ticket sanitari. Quale sarà l’approdo? «Il mio obiettivo è quello di dare una risposta al 6,5% di italiani che, come ricorda Eurostat, non riesce ad avere accesso alle cure e alle prestazioni sanitarie nonostante le riforme messe in campo che ampliano l’offerta di terapie gratuite per gli assistiti. Sono cittadini, prevalentemente residenti al Sud, anziani e in condizione di disagio, nuovi poveri, famiglie numerose o monoreddito. Persone che fino a pochi anni fa non avevano questi problemi e che oggi pagano il prezzo della crisi economica e rinunciano alle cure e non riescono a sostenere neppure i ticket. Spesso sono invisibili che non riescono più a far valere i propri diritti fondamentali».

    In concreto? «Oggi proporrò alle Regioni un tavolo tecnico misto per arrivare entro l’estate ad una proposta di revisione condivisa e innovativa. Abbiamo come punto di riferimento il patto della salute che prevede un sistema di compartecipazione alla spesa sanitaria equo e sostenibile per le famiglie. Non escludo neanche una graduale eliminazione del ticket o una sua specifica destinazione a favore dell’assistenza agli anziani o alle famiglie in difficoltà. Sono ipotesi che analizzeremo nel tavolo tecnico».

    La Direzione di Ap chiede una legge elettorale senza ricatti. Chi ricatta? «La nostra proposta è sul tavolo: vogliamo trasferire l’Italicum della Camera al Senato, con uno sbarramento al 3% e il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista. La rappresentanza va garantita, contemperandola con la governabilità e gli sforzi di aggregazione».

    Ap con chi si alleerebbe? «Le alleanze si fanno sui programmi, il sentimento comune e i valori condivisi. Le sommatorie algebriche non hanno anima. Sabato ci allargheremo ai centristi di Casini, ci candidiamo a rappresentare il Partito popolare europeo in Italia. Poi partiamo con le primarie del centro liberal popolare a cui abbiamo già avuto adesioni. Cerchiamo un’aggregazione che parta dal basso e riparli al primo partito degli italiani: gli astenuti. Il nostro obiettivo è dare una voce al ceto medio che in questi anni è stato intercettato dai populisti che hanno giocato sulla rabbia e sulla paura di una crisi globale, senza offrire proposte per migliorarne la condizione sul fronte del welfare, della riduzione del peso fiscale, degli aiuti a giovani e famiglie. Oggi ci sono decine di migliaia di giovani coppie che non si possono permettere di avere un bambino perché non hanno un reddito sufficiente. Questo è il tema del presente e del prossimo futuro. Dobbiamo mettere in campo nuove idee per sostenere il lavoro e il reddito delle famiglie con figli. Penso alle soluzioni francesi e tedesca, dare risorse economiche e servizi per il sostentamento dei bambini».

    Quanto vi spaventa il ritorno di Renzi? «Spaventati? Renzi ha inaugurato una stagione riformista che abbiamo condiviso convintamente. Se il Pd torna ad avere una guida forte, e finisce la conflittualità interna, è un bene per tutti. Ma noi non ci occupiamo del Pd, la nostra mission è costruire un centro liberale e popolare».

     

    di: Alberto Gentili

    fonte: Il Messaggero

  • scopelliti2017-03-31-PHOTO-00004536

    Scopelliti: #Alatri come il Far West. Le istituzioni hanno sbagliato – Il Dubbio

    Rosanna Scopelliti: quello che manca a questa triste vicenda è il senso della giustizia come valore assoluto. Non possiamo permetterci che i cittadini si sentano abbandonati dallo Stato.

     

    Alatri è una piccola cittadina di 30mila persone, incastonata nelle montagne dell’Appennino laziale in provincia di Frosinone che, improvvisamente, si è trovata scaraventata al centro delle cronache italiane per un fatto di sangue tragico quanto crudele e futile. Una comunità, dove tutti si conoscono, che viene sconvolta dalla barbara morte di un ragazzo di venti anni, ucciso a mani nude, con una violenza brutale per un banale litigio in un locale notturno davanti agli occhi attoniti della fidanzata e degli amici. Un paese tranquillo che si risveglia sconvolto e si trasforma in Far West perché le istituzioni non fanno il loro dovere. Un borgo trasformato nell’emblema della cattiva politica e della cattiva gestione del territorio e della sua comunità. Ed ecco che dopo la tragedia del povero Emanuele, un ragazzo pieno di sogni e speranze, si succedono risse, macchine bruciate, omertà e persone che fuggono dal paese per paura di ritorsioni e della violenza non ancora sopita. Quello che terribilmente manca a questa triste vicenda è il senso della giustizia come valore assoluto, come istituzione alla quale ogni cittadino deve credere e guardare con fiducia e rispetto. Oggi, se ci fosse davvero questo senso comune della giustizia diffusa, nessuno degli inconsapevoli protagonisti di questa storia, cercherebbe di farsela da solo. Questa ricerca ossessiva della giustizia fai da te è la deriva più preoccupante e malinconica di questo fatto di sangue che ha sconvolto tante famiglie e un’intera comunità. Il nostro compito è quello di mettere i cittadini in condizione di ricominciare a credere nelle istituzioni e nella giustizia e per questo mi auguro che ai responsabili di questo vile omicidio venga inflitta una pena adeguata, nella speranza che si torni a ragionare in modo civile non solo in quel paese sconvolto, ma in tutta Italia, non possiamo rassegnarci allo sconforto, non possiamo permettere che i cittadini si sentano abbandonati dallo Stato.

  • raffaele pdl - RAFFAELE CALABRO' - Fotografo: imagoeconomica

    Calabrò: senza correttivi, Ncd voterà contro. #biotestamento 

     

    «Riconosco alla collega e relatrice Lenzi di aver mediato per apportare modifiche al testo sulle DAT che hanno accorciato le distanze tra Ncd e Pd, ma possiamo fare di più perché il testo contiene criticità che dobbiamo superare. E’ sacrosanta la libertà di un soggetto di rifiutare determinate terapie anche se quella scelta gli costerà la vita, ma morirà per il decorso della malattia. Questa legge vuole elevare a diritto la pretesa che sia il servizio sanitario nazionale a condurci alla morte sospendendo l’idratazione e l’alimentazione artificiale. La loro sospensione configura un’eutanasia passiva e omissiva e noi non vogliamo e non possiamo legittimare l’eutanasia. Per Ncd l’idratazione e la nutrizione artificiali possono essere sospese solo se veicoli di terapie farmacologiche. Da questo punto non torniamo indietro».   E’ quanto dichiara Raffaele Calabrò (Ap-Ncd), relatore di minoranza della legge sulle DAT.

    «Credo che vada assolutamente specificato che le Dat si applicano quando il soggetto è in uno stato clinico irreversibile, in un’incapacità permanente, per evitare che al paziente venga sospesa una cura salvavita. Senza questi correttivi – conclude Calabrò- NCD non potrà che votare contro».

    Scarica il testo dell’intervento dell’on. Calabrò

  • ALFANORassegna Stampa 6_Pagina_2

    Angelino Alfano al Corriere della Sera: «Torniamo uniti contro il populismo»

    Il ministro degli Esteri: È un’occasione storica, Forza Italia non anneghi nel sovranismo

    24 febbraio 2017 – Caro direttore,
    ho letto con attenzione il recente editoriale di Francesco Verderami, che pone una questione seria sulla quale vorrei dire la mia.

    Esiste un importante spazio per idee e movimenti politici di impronta liberale e popolare, moderata e riformatrice. Esiste tra il Partito democratico e la Lega. Un’area che abbia a cuore la Repubblica e rilanci il progetto europeo, un’area che abbia programmi diversi dal Pd, dalla sua imperitura sinistra condizionante, e anni luce distante dai «vaffa» grillini e dalle ruspe di Salvini, perché in Italia c’è tanto da costruire e molto da conservare.

    Allora, spazziamo via ogni equivoco: a destra non c’è alcun liberale e, nell’area popolare e moderata, ce ne sono invece tanti che devono avere la generosità di unirsi per incidere e contare parlando con una voce sola. Questo il guado in cui ci troviamo adesso. A destra c’è l’opposto del liberalismo: ritorno alle monete nazionali, eliminazione della libertà di circolazione, cancellazione del trattato di Schengen, ripristino delle frontiere, uscita dall’Europa, ritorno ai dazi doganali, antieuropeismo in «politica estera», protezionismo in politica economica, riduzione degli spazi di libertà conquistati negli ultimi decenni.

    Questo il cosiddetto «sovranismo» che ha la pretesa di renderci più ricchi e sicuri e, invece, ci renderebbe più soli, più esposti a rischi terroristici e certamente più poveri. Ecco perché la destra di oggi non ha nulla a che vedere con il centrodestra di questi ultimi vent’anni: quello che sognava e prometteva la rivoluzione liberale.
    Noi siamo un’altra cosa e dobbiamo dimostrarlo fino alla fine, fino alla costituzione di quella voce unica. Noi che crediamo che il protezionismo non sia mai la risposta giusta, che chiudere le frontiere sia l’anticamera delle divisioni, che crediamo nel libero mercato e anche nella solidarietà perché il tasso di povertà è spesso l’indice che misura il tasso di ingiustizia.
    E sappiamo che ci sono momenti in cui è lo Stato a doversi fare carico di rimuovere queste ingiustizie.

    Avremo un programma che è già nel nostro codice di appartenenza: riscatto del ceto medio, rilancio del valore degli immobili, questione salariale dei lavoratori pubblici e privati, restituzione dell’onore a milioni di pubblici dipendenti da un decennio ormai trattati alla stregua di fannulloni, conferma del modello italiano con il binomio sicurezza e solidarietà, chiusura definitiva delle pendenze fiscali e nuovo patto all’americana di lealtà contributiva, dieta fiscale per le piccole e medie imprese, più cantieri al Sud per colmare il gap infrastrutturale e creare lavoro, difesa delle istituzioni repubblicane dai linciaggi ignoranti e qualunquisti, sistema militare di difesa comune per la nostra casa europea, rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea e condivisione del peso dell’immigrazione all’interno della Ue.

    I popolari e i liberali, i moderati, dicevamo, quelli siamo noi.
    Siamo in tanti a pensarla così. Ma siamo troppo divisi.
    Oggi si presenta l’occasione giusta per chi, come noi, ha collaborato con l’anima più riformatrice della sinistra italiana, senza perdere un’autonomia che ancora si vuole salvaguardare, proprio così come abbiamo fatto difendendo la famiglia e la vita, dal concepimento alla morte. È un’occasione anche per le altre forze moderate che, come noi, hanno sostenuto i governi di questa legislatura senza confluire nel Pd.

    Ed è un’occasione per Forza Italia, per riavvolgere il nastro e non annegare irreversibilmente la propria vocazione riformista nel mare del populismo anti europeo, anti euro, anti libera circolazione, anti libero mercato, anti solidarietà. Tra i popolari (anche europei) e i populismi estremisti ci sono delle differenze enormi che in Italia si vedono tutte. Ci sono programmi non compatibili, ci sono compromessi non realizzabili.

    I popolari e i liberali, i moderati italiani, solo uniti saranno più forti. A marzo, avremo l’assemblea nazionale di Ncd per decidere le modalità di unione con altri moderati.
    Nelle prossime settimane, tre fatti segneranno la cronaca politica: il congresso del Pd dopo la scissione, la nascita di un nuovo partito a sinistra, la riorganizzazione dell’area moderata.
    A questa riorganizzazione intendiamo dare una mano nella consapevolezza che ciò significa dare una mano all’Italia.
    È un’occasione per tutti. Che nessuno la perda.
    Angelino Alfano

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    MAURIZIO LUPI: IL #POPULISMO CONTRO LA RAGIONE

    Populismo è ormai una parola abusata e sganciata dalla sua origine storica nella Russia del XIX secolo, una sorta di socialismo rurale che si opponeva al regime zarista e alla sua burocrazia, ma sganciata anche dalle sue applicazioni sudamericane del ventesimo secolo (ad esempio Peron in Argentina). Noi diciamo populista con accento dispregiativo, ma non è l’unico modo con cui usare questa parola. Papa Francesco, ad esempio, dice: «C’è una parola tanto maltrattata: si parla tanto di populismo, di politica populista, di programma populista. Ma questo è un errore. Popolo non è una categoria logica, né è una categoria mistica, se la intendiamo nel senso che tutto quello che fa il popolo sia buono o nel senso che il popolo sia una categoria angelicata. Ma no! E’ una categoria mitica, semmai. Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o di un progetto comune. La storia è costruita da questo processo di generazioni che si succedono dentro un popolo. Ci vuole un mito per capire il popolo».
    Il populismo ha in sé questa parola: popolo. La politica è “servire il popolo”.
    Nei sistemi occidentali lo fa attraverso la forma della democrazia rappresentativa, attraverso lo strumento dei partiti. Una degenerazione corruttiva della natura propria dei partiti, che si sono autolegittimati come attori e beneficiari dell’azione politica – ha portato alla crisi della classe politica, avvertita sempre più come autoreferenziale e distante dai bisogni concreti dei cittadini, e alla nascita per reazione di quei movimenti che oggi definiamo populisti. Userò questo termine quindi per identificare la reazione antipolitica facendo direttamente appello alla categoria di “popolo”, pescando nelle sacche di emarginazione e di insoddisfazione.
    Faccio riferimento alla situazione italiana dove i “populismi” sono essenzialmente tre.
    Quello storico di sinistra, al quale solitamente non si applica l’aggettivo populista, che è più connotato da toni demagogici e da una visione sociale di classe. Tipico di questo populismo lo slogan elettorale della sinistra di pochi anni fa: “Anche i ricchi piangano”.
    C’è poi il populismo incarnato oggi dalla Lega Nord di Matteo Salvini e dalla destra di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Le sue parole d’ordine ruotano intorno alle parole sicurezza, immigrazione ed Europa. Sono parole d’ordine che fanno leva su esigenze reali, problemi concreti molto avvertiti nella vita quotidiana ma per i quali si propongono risoluzioni tanto semplicistiche quanto irrealizzabili: ronde dei cittadini contro la microcriminalità, chiusura e impermeabilità dei confini nazionali, uscita dalla moneta unica quando non proprio dall’Unione europea, scelta sicuramente irrealizzabile nel breve periodo. È un populismo che si permette certi toni anche truci che alimentano irresponsabilmente la protesta perché sa di non avere (almeno in Italia) possibilità di successo e quindi di dover assumere l’onore del governo.
    Infine, c’è il populismo grillino, un comico che ha fatto un partito, il Movimento 5 stelle, a sua immagine e somiglianza, che l’ha costruito e sviluppato attraverso un sapiente uso della rete e dei nuovi social, che ha saputo cavalcare bene lo scontento per la crisi economica e per gli scandali della politica, in questo ben supportato da buona parte della stampa e dal protagonismo di certi giudici. La stampa italiana ha cavalcato a lungo l’indignazione popolare infiammata dai “vaffa day” grillini, salvo essere ripagata dal disprezzo dei grillini e del loro capo che apostrofano i giornalisti chiamandoli servi del potere e costruttori di falsità quando hanno iniziato a indagare sulle magagne dei sindaci grillini, sulla mancanza di democrazia interna nel movimento, sulla incapacità di governo e sulle loro contraddizioni politiche ed etiche. Emblematico è il caso del sindaco di Roma, Virginia Raggi, finita indagata per abuso di ufficio nelle nomine dei suoi collaboratori (per gli indagati di altri partiti i grillini hanno sempre preteso immediate dimissioni, per lei sono diventati improvvisamente garantisti). Ma la vera “colpa” del sindaco di Roma è che ha paralizzato la città dicendo no a tutti i grandi progetti di rilancio della Capitale, anche quando venivano garantiti da investimenti privati e non da denaro pubblico: no alle Olimpiadi, no al nuovo stadio e alla riqualificazione del quartiere dove doveva sorgere, no alla ristrutturazione di grandi insediamenti aziendali nel quartiere dell’Eur.
    Queste tre posizioni, pur essendo politicamente legittime, sono contrarie alla ragione tout court e anche alla ragione politica soprattutto perché tutte e tre implicano, con varie forme, il cambiamento come rivoluzione: quella nostalgica della classe, quella dei popoli contro le élites e le burocrazie e quella morale e giudiziaria dei puri contro i corrotti. E le rivoluzioni hanno come corollario sempre e comunque la violenza perché invece di risolvere i problemi eliminando le cause che li determinano pensano che li si possa risolvere eliminando (anche se non più fisicamente) l’avversario politico trasformato in nemico da abbattere.
    Invece la storia procede per riforme, con l’ottimismo della volontà e la forza delle ragioni di una posizione politica che ha al suo centro la persona e il perseguimento del bene comune
    Il nostro compito, come popolari non populisti, moderati, liberali, cattolici e riformisti, è quello di creare a livello dei vari Paesi e nel contesto europeo un luogo che dia rappresentanza alle ragioni del vivere insieme e favorisca la partecipazione attiva di tutti alla costruzione del benessere e della solidarietà.
    Per farlo dobbiamo sicuramente guardare al futuro, avere il coraggio delle proposte, dei programmi piuttosto che degli schieramenti.
    Possiamo fare tutto questo attingendo ai valori del nostro patrimonio culturale e alla nostra storia politica. Non siamo obbligati a schierarci con la sinistra che ancora non comprende come è mutato il mondo del lavoro, che ancora si arrocca sul monopolio statale dell’istruzione o che sposa il relativismo più sfrenato sui temi etici.
    Alcide De Gasperi, uno dei padri dell’Europa unita, aveva chiaro il ruolo dei cristiani democratici e dei popolari: costruire un’alternativa alla sinistra e porre un netto confine a destra. Noi siamo eredi di questa storia che ha nel patrimonio consegnatoci la pace in Europa, la libera circolazione di beni e persone con il benessere che ne consegue, l’internazionalizzazione degli studi e della ricerca.
    A noi spetta individuare il compito assegnatoci dalla situazione storica in cui ci troviamo in cui la tentazione dell’isolamento e dell’arroccamento e del rifiuto dell’altro torna prepotentemente. Per alcuni è una tentazione di origine ideologico, anche se si tratta di una ben misera ideologia, molto carente sul piano dell’analisi storica e della storia economica e sociale dei nostri paesi, per molti che la seguano è una tentazione alimentata da disillusione se non da disperazione. Questo populismo negativo si combatte solo con la politica, con la buona politica. Allora permettetemi di capovolgere il titolo di questa sessione dei vostri lavori: la ragione contro il populismo. È questa la strada, non facile, non demagogica, che non si può coprire dietro facili slogan, ma che è l’unica che, nel tempo, costruisce solidamente la pace e la solidarietà. Ciò che i nostri padri ci hanno consegnato noi ora dobbiamo riconquistarlo per non lasciare ai nostri figli un mondo peggiore di come lo abbiamo ricevuto.

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    Cicchitto: Cari Orfini e Rosato, sbagliate a non volere più l’alleanza col centro

    IL 40 PER CENTO DEL REFERENDUM NON È UNA VITTORIA. E’ IL SEGNALE DI UN MALESSERE A CUI GENTILONI PUÒ DARE UNA RISPOSTA: UN ERRORE VOTARE SUBITO

    Checché ne pensino il presidente Orfini e il presidente Rosato la questione della legge elettorale, e la stessa tematica sui tempi della fine della legislatura e sul ruolo del governo Gentiloni, richiedono riflessioni più attente e approfondite di quelle assai sommarie che essi hanno sviluppato nelle loro più recenti interviste e dichiarazioni. La questione della legge elettorale non è così semplice da risolvere per cui, dopo aver fatto un breve giro di tavolo intorno all’impraticabile ipotesi del Mattarellum, si va subito a votare con le due leggi esistenti: il Consultellum per il Senato e quella derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale per la Camera. Ora, sul fatto che esse non presentano l’omogeneità richiesta dal presidente Mattarella e sul conseguente rischio di ingovernabilità, si sono pronunciati non solo molti studiosi, ma anche il presidente Grasso, la seconda carica dello Stato. Così Grasso: «C’è un premio per la lista alla Camera, al Senato ci sono le coalizioni. Le soglie di sbarramento sono diverse: il 3% alla Camera, l’8% al Senato che, pero, pub ridursi in caso di coalizione se si supera il 20%, quindi in condizioni diverse. h poi le preferenze di genere: alla Camera la doppia preferenza, al Senato la preferenza unica. Infine i capilista nominati alla Camera non sono previsti per il Senato e poi le pluricandidature con sorteggio alla Camera». Insomma per Grasso «bisogna sedersi intorno a un tavolo, trovare le soluzioni che la politica dovrà mettere insieme per ridurre tutte le differenze che determinano la probabilità di maggioranze non eguali, non omogenee. Il Parlamento, i gruppi, i partiti devono fare in modo di superare le differenze: si pub fare in un giorno, in una settimana, nel tempo necessario per trovare una condivisione». Queste riflessioni della seconda carica dello Stato ci sembrano perfettamente in sintonia con quello che ha affermato il presidente della Repubblica Mattarella, quando ha detto «è necessario dotare il nostro Paese di leggi elettorali, per la Camera e per il Senato, che non siano, come in questo momento, l’una maggioritaria e l’altra assolutamente proporzionale ma siano omogenee e non inconciliabili fra esse». Nel dibattito sulla legge elettorale, oltre ai dati istituzionali, bisogna tener conto anche di alcuni elementi politici. Avendo presente tutta questa problematica, da un lato il presidente Lupi e il gruppo alla Camera di Ap con un progetto di legge, dall’altro lato il presidente Casini in un’intervista al Corriere della Sera, hanno proposto una legge elettorale che si fondi, oltre che sul premio di maggioranza oggi vigente, anche su un premio di governabilità per una soglia più bassa del 40%, che venga dato non ad una lista ma ad una coalizione. Queste proposte tengono conto dell’esigenza di assicurare la governabilità in una situazione nella quale nessuna lista è in grado di raggiungere il 40%. In queste proposte c’è una combinazione fra tre elementi: la proporzionale, la coalizione e il premio di maggioranza. Evidentemente si tratta di materia del tutto opinabile, facendo i conti anche con i rapporti di forza che emergono dai sondaggi e con il fatto che di fronte alla crisi del bipolarismo, verificatasi alle elezioni del 2013, occorre recuperare un elemento politico di fondo quale la nozione di coalizione. Non a caso la legislatura che dal 2013 arriva ai giorni nostri, ha avuto un governo e una maggioranza fondati sulla scelta politica e sulla prassi della coalizione fra un partito riformista di sinistra e un’area di centro costituita da Ncd, Scelta Civica, Psi, Udc, i Moderati. Originariamente quest’area era ancora più estesa perché riguardava tutto il Pdl-Forza Italia poi sottrattosi per sua scelta a queste larghe intese. Prima domanda: forse imitando l’Occhetto del 1994 il concetto stesso di coalizione fra la sinistra riformista e un centro moderato riformista provoca repulsioni al Pd per le prossime elezioni? Questa sembrerebbe la conclusione, se dovessimo dare un senso politico alle proposte sulla legge elettorale contenute nelle dichiarazioni e nelle interviste del presidente Orfini e del presidente Rosato. Infatti, tentativo per il Mattarellum a parte, votare con le leggi elettorali attuali vorrebbe dire che il Pd punta secco al 40%, che ritiene così a portata di mano da escludere qualunque coalizione. Tutto ciò è contraddetto sia da quello che è avvenuto in questa legislatura, sia dai sondaggi, sia dagli stessi risultati delle amministrative. I due 40% verificatesi in questi anni si riferiscono alle elezioni europee e al referendum. Ora, a nostro avviso il 40% del Pd alle europee non è stato affatto messo in banca, in una cassaforte ben vigilata, ma è stato un irripetibile momento di grazia favorito anche da tutti gli errori commessi allora da Grillo, e poi è stato smentito da tutti i risultati elettorali successivi delle amministrative e oggi da tutti i sondaggi. Paradossalmente il 40% del referendum è una controprova di tutto ciò: in esso non è affatto confluito tutto il Pd, che anzi si è diviso clamorosamente, ma si sono aggiunte molte altre forze e anzi proprio quel risultato dovrebbe costituire un campanello d’allarme da tutti i punti di vista. Queste sono, a nostro avviso, alcune delle questioni attinenti alla legge elettorale sia dal punto di vista istituzionale sia da quello politico. Poi su un piano del tutto diverso, che non discende affatto dai tempi richiesti per definire la legge elettorale, sono in campo a nostro avviso alcune considerazioni che mettono in questione alla radice la validità della scelta per le elezioni immediate. Siamo così sicuri che sia una scelta giusta e ponderata quella di stressare gli italiani con altri sei mesi di campagna elettorale, dopo aver passato già un anno e mezzo nello scontro frontale sul referendum? Per di più questa scelta (il voto ad aprile o a giugno) ha una conseguenza stringente: che da febbraio il governo Gentiloni andrebbe sostanzialmente in naftalina, così come l’attività parlamentare. Questo schema sembra fatto su misura per il M5S e per la Lega.

    Ma vale anche per le forze di governo, per il Pd, per l’area di centro, per la stessa Forza Italia?

    Altra domanda: la lezione che traiamo dalla sconfitta sul referendum è quella di ricercare un’immediata rivincita con un’altra elezione? Ma il 60 a 40 del referendum non ha messo in evidenza che esiste anche un’area di sofferenza sociale e di difficoltà economica alla quale invece il governo Gentiloni dovrebbe cercare di dare qualche risposta, avendo come riferimento, in funzione della crescita, da un lato le imprese e gli investimenti (vedi le tematiche di Calenda), dall’altro lato i giovani e le aree di più marcata sofferenza sociale? Francamente rinunciare a offrire una risposta sul terreno economico-sociale al risultato del referendum, per darne, invece, una tutta politicista (elezioni subito) significa a nostro avviso correre il rischio di mettere in atto una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di chi lo fa.

    Un ultimo punto. Abbiamo con l’Europa un contenzioso riguardante il rischio di una dichiarazione di procedura di infrazione. Condividiamo a questo proposito la ferma risposta data dal presidente del Consiglio Gentiloni che implica pero una battaglia di non poco conto a livello europeo. Ebbene, riteniamo di affrontare una battaglia così impegnativa con un governo dimezzato perché gli sono stati dati gli otto giorni? Avanziamo tutte queste osservazioni non in polemica con Renzi, che sulla questione delle elezioni non si è ancora pronunciato, ma anzi con l’obiettivo di costruire il contesto migliore per il rilancio del leader di un’area innovativa e riformista che deve andare molto aldilà dello stesso Pd, condizione decisiva per cambiare il paese e battere l’avversario populista e protestatario che adesso pub far leva anche su un contesto internazionale che è così profondamente cambiato. In ogni caso sarebbe auspicabile che riflettessimo tutti su due interventi ispidi, scomodi e forse anche sgradevoli, ma significativi, quello contenuto nell’articolo di Galli della Loggia e l’altro costituito dall’intervista ad Emanuele Macaluso.

    Di Fabrizio Cicchitto 

    Fonte: Il Dubbio

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    Costa: Una storia privata su #Tortora ricorda il dramma delle ingiustizie di oggi

    IL COSTO DEGLI ERRORI DELLA GIUSTIZIA NON È SOLO ECONOMICO

    Una storia privata su Tortora ricorda il dramma delle ingiustizie di oggi. 

    Gentile Direttore,

    incorniciato, nel mio studio, c’è un foglio a righe scritto a penna, ingiallito dal trascorrere del tempo. E’ una lettera, datata 30 agosto 1983. Ero appena adolescente quando un detenuto, dal carcere di Bergamo, la fece recapitare a mio padre Raffaele e da allora fa parte dei ricordi di famiglia, esposta come una reliquia laica. La grafia è ordinata, ritmica, chiarissima. Il ragionamento lucido, di chi ha meditato a lungo: “Oggi – si legge – so cose che mai avrei sospettato. Ma ciò che più mi indigna, a parte la stregonesca, medievale iniquità del rito, è questa Giustizia “in ferie”, come una rivendita di gelati, e questa spazzatura umana (tale è la considerazione del cittadino per certi giudici) lasciata a fermentare, nei bidoni di ferro delle carceri: piene di disperati, di non interrogati, di sventurati, e di, come me, innocenti”. Una manciata di righe, che culminano nel grido di implorazione di chi non ha perso la speranza: “Fate qualcosa, ve ne prego”. Poi la firma, un estroso trionfo di curve, unico guizzo nel rigore della pagina: Enzo Tortora.

    Fate qualcosa: l’appello di Tortora ci investe tutti, ancora oggi. La sua vicenda umana e giudiziaria resta un potente simbolo collettivo. E’ un faro per le nuove generazioni. Un monito per una politica (non mi sottraggo all’autocritica) che sul garantismo e i diritti continua a spendere tante parole, senza riuscire a tradurle in atti concreti. Basta osservare i numeri: dal 1992 (anno delle prime liquidazioni) a oggi, sono state oltre 25 mila le persone private della libertà personale e poi indennizzate dallo Stato per ingiusta detenzione, con una spesa complessiva per il contribuente di 648 milioni di euro. E se sommiamo a questi le vittime degli errori giudiziari arriviamo quasi a 700 milioni di euro. Praticamente uno stadio di calcio gremito che ha chiesto e ottenuto l’indennizzo. Per non parlare di coloro che non hanno neppure fatto richiesta. Parliamo di una media di circa mille casi l’anno. Nel 2016 le autorizzazioni sono state 1001: indennizzi per 42 milioni di euro. Ma quale cifra può davvero risarcire il dramma personale di chi deve affrontare le conseguenze di una giustizia che sbaglia e ammette di aver sbagliato? Questo è il punto. L’enorme, vergognoso dispendio di risorse pubbliche è solo un aspetto marginale del problema. Anche in presenza del più cospicuo indennizzo, il marchio indelebile sulla persona non si cancella e la dignità strappata – davanti agli occhi della comunità, dei colleghi, dei propri cari, di un figlio – è estremamente difficile da recuperare. Con effetti traumatici soprattutto per le famiglie, che in molti casi ne escono distrutte. Ecco perché è così importante accendere i riflettori sul tema. Ben vengano allora le iniziative, gli articoli di giornale, le testimonianze, se ci obbligano a guardare in faccia il problema, a interrogarci sulle cause, sulle responsabilità e sulle possibili soluzioni.

    Con questa lente di ingrandimento, potremo allora riconoscere alcuni sintomi di una grave patologia del nostro sistema processuale. Come non considerare che gli indennizzi per ingiusta detenzione in Italia, in termini di spesa e numero di persone indennizzate, sono fortemente disomogenei sul territorio nazionale? Abbiamo tribunali in cui le ingiuste detenzioni sono numerosissime e fori dove si registrano solo sporadicamente. Ma il tema ha molto a che fare anche con la lunghezza dei processi: ognuno di questi indennizzi avviene infatti generalmente dopo oltre 10 anni dall’ingiusta carcerazione subita, perché la sentenza definitiva che accerta l’innocenza dell’imputato non arriva certo in tempi contenuti. Questo è forse uno degli aspetti più odiosi, perché nel frattempo la persona rimane esposta al pregiudizio e al sospetto. C’è poi la questione dell’abuso della carcerazione preventiva: non è un mistero che la misura cautelare venga utilizzata spesso per obiettivi diversi da quelli per cui è ammessa. Ma c’è anche un altro aspetto significativo che non possiamo trascurare: la responsabilità disciplinare dei magistrati, di fronte a questi macroscopici errori, non scatta mai. Infatti, a differenza di quanto previsto dalla Legge Pinto, il provvedimento di indennizzo non viene trasmesso al titolare dell’azione disciplinare per le valutazioni di competenza. Questo è un punto fondamentale e non formale: per tali errori finora ha pagato solo lo Stato; il magistrato che sbaglia non ne risponde. Va riconosciuto, comunque, che una maggiore sensibilità, anche politica, sulla questione si sta diffondendo. Un segnale, per esempio, è stato il voto unanime della Camera alla norma, inserita nel Ddl sul Processo Penale, che prevede una relazione annuale al Parlamento che contenga i dati relativi alle sentenze di riparazione per ingiusta detenzione (con specificazione delle ragioni di accoglimento e dell’entità delle riparazioni) e al numero di procedimenti disciplinari iniziati nei confronti di magistrati per le ingiuste detenzioni accertate, con indicazione dell’esito, ove conclusi. E già qualcosa, ma non basta. Finché assisteremo anche a un solo caso di carcerazione ingiusta, illegittima o ingiustificata, dovremo batterci con forza: la civiltà giuridica di un Paese si misura da questi elementi. Se dibattessimo meno di età pensionabile dei magistrati e più di queste profonde lesioni della libertà personale, non sarebbe male.

    Di Enrico Costa

    ministro degli Affari Regionali

     Fonte: Il Foglio

    La lettera di Tortora al papà del ministro Costa

    Carcere di Bergamo 30 Agosto 1983

    Mio caro Raffaele,

    sono Enzo Tortora. Grazie per il tuo messaggio.

    Almeno dal mio dolore (non puoi immaginare lo schianto, per questa montatura ignobile) servisse a qualcosa. Guai, se non servisse…

    Oggi so cose che mai avrei sospettato. Ma ciò che più mi indigna, a parte la stregonesca, medievale iniquità del rito, è questa Giustizia “in ferie”, come una rivendita di gelati, e questa spazzatura umana (tale è la considerazione del cittadino per certi giudici) lasciata a fermentare, nei bidoni di ferro delle carceri: pieni di disperati, di non interrogati, di sventurati e di, come me, innocenti.

    Fate qualcosa, ve ne prego.

    Ripeto il mio grazie. Ma rinnovo la mia speranza.

    Ti abbraccio

    Enzo Tortora