• intervista PRESIDENTE M LUPI

    Lupi: è meglio se andiamo da soli, noi il 3% l’abbiamo sempre superato – Intervista a Il Corriere della Sera

    Il coordinatore nazionale di Ap: Il nostro partito non si spaccherà

     

    ROMA La sua posizione personale è chiara: per Ap, la via da percorrere alle elezioni è quella orgogliosa, coerente, «moderata e centrista» della corsa solitaria. Ma Maurizio Lupi, coordinatore nazionale del partito, sa che il momento delle decisioni finali non è ancora arrivato, che fino al 24 novembre — data della direzione nazionale — ci sarà da esaminare le proposte in campo, che «poi tutti assieme voteremo: ci hanno fatto tante volte il funerale, ma siamo ancora qui. Ci siamo sempre mossi nell’unità, abbiamo persone sul territorio che credono ad un progetto e che in 1.700 sabato hanno affollato la nostra conferenza programmatica».

    Vuol dire che non ci saranno spaccature nel partito, almeno a livello di leader? «Non avrebbe senso: la nostra forza è l’unità, questo non è il partito di Lupi, Lorenzin o Alfano, non è un partito personale. E un progetto per il Paese, vale più di 5-6 posti sicuri nell’uninominale».

    Pero anche essere rappresentati in Parlamento conta: pensate davvero di essere in grado di superare la soglia del 3%, se correte da soli? «Se facessimo scelte forzate dettate dalla paura, allora sì che il nostro compito sarebbe fallito. Una coalizione si fa se si condividono i programmi e l’idea di Paese, non si fa solo per raccattare voti ed entrare in Parlamento per poi dividersi il giorno dopo».

    Si, ma senza il 3% in Parlamento nemmeno si entra. «Lo sappiamo bene, ma sappiamo anche che in qualsiasi tornata elettorale — nazionale, regionale, amministrativa — noi il 3% lo abbiamo sempre superato. E questa legge prevede le coalizioni ma non costringe una forza politica a coalizzarsi. Non si vota una coalizione, ma un partito. E il voto utile è solo il voto serio, quello per chi vuole fare politiche serie e coerenti, visto che in ogni caso nessuno schieramento, secondo qualsiasi sondaggio, è considerato in grado di vincere».

    Se non vi muoverete singolarmente, l’alternativa alla corsa solitaria è solo un’alleanza col Pd, visto che il centrodestra non vi vuole? «Non so se il centrodestra non ci voglia, certo noi non abbiamo mai chiesto di essere accolti, né a loro né al centrosinistra. Non andiamo da nessuno col piattino in mano. Anzi, diciamo chiaramente che questa esperienza di governo è esaurita, finita».

    Significa che in campo non c’è nemmeno l’opzione dell’alleanza con il Pd? «Lo verificheremo il 24. È chiaro che conteranno anche le scelte che farà il Pd: se dovessero tornare ad allearsi con Mdp, il partito che ha lottato contro i voucher, che si batte per l’eliminazione del bonus bebè che invece noi pretendiamo sia previsto nella legge di Bilancio, altro che assalto alla diligenza, non potremo ritrovarci dalla stessa parte».

    In molte amministrazioni e giunte siete con il centrodestra: è immaginabile correre col Pd alle Politiche e con Lega e FI in Lombardia? «Ovviamente no, non prenderemo in giro gli elettori, anche se i territori avranno larga autonomia come è sempre accaduto. In Liguria, come in Lombardia, siamo alleati con un centrodestra moderno e innovativo: se decidessimo di correre da soli, non vedrei contrapposizione nel rinnovare le alleanze».

     

    di: Paolo Di Caro

    fonte: Corriere della Sera

  • Intervista Lupi Gazzetta Mezzogiorno_Pagina_1

    Lupi: Alternativa popolare supererà il 3% ora valutiamo i programmi – Intervista a La Gazzetta del Mezzogiorno

    Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare: la legge elettorale è un mix tra proporzionale e uninominale. Il suo partito con chi intende allearsi? «È questa un’impostazione sbagliata. Molti candidati saranno eletti con il sistema proporzionale, e quindi ogni partito presenterà i propri candidati con un programma specifico».

    Ma un terzo sarà eletto con l’uninominale che impone, per avere speranza di vincere, le coalizioni. In quel caso dovrete scegliere con chi stare. Giusto? «Il nostro obiettivo è quello di rilanciare con forza la nostra identità. Noi presenteremo i nostri candidati e in Puglia ho incontrato politici e esponenti della società civile che possono essere espressione del territorio».

    Qual è il bilancio di questi vostri cinque anni? «Il tratto fondamentale del nostro partito è il senso di responsabilità e di concretezza. Noi abbiamo messo davanti a tutto l’interesse del Paese. Voglio ricordare al Pd, che gli ultimi non sono stati governi di centrosinistra, ma governi nati dopo il voto e per l’impossibilità di avere una maggioranza. Questo ha indotto alla collaborazione forze diverse».

    Quindi una scelta eccezionale? «Frutto dell’esito elettorale, che ci auguriamo che questo non debba accadere nel 2018, ma che potrebbe teoricamente ripetersi. Ma la nuova legge elettorale ha il vantaggio che le coalizioni non sono forzate».

    È in atto una fuga dal vostro partito? «Noi non chiediamo niente a nessuno, né andiamo avanti con il piattino in mano. Anche se abbiamo perso dei parlamentari, i sondaggi ci dicono che siamo oltre il 3%. Ogni parlamentare libero di fare le sue scelte. Noi riteniamo che sia necessario uno strumento nuovo, un partito moderato e responsabile».

    In Puglia l’ex sottosegretario Cassano ha lasciato Ap ed è ritornato con Forza Italia. Sorpreso? «Certo, la decisione mi ha sorpreso. Una settimana prima avevamo fatto una manifestazione in Puglia. Ognuno fa le sue scelte. Poi in questi due giorni in Puglia, ho visto che c’è una presenza orgogliosa e forte di Ap».

    Alternativa popolare potrebbe essere interessata al progetto del “quarto petalo”, con Fitto, Quagliariello e altri? «I petali sono i primi che cadono. Il tema non è fare il quarto petalo di una coalizione, ma discutere se riteniamo che ci sia una proposta politica nuova, che partendo dalla tradizione, non guardi al passato ma al futuro. In Italia c’è bisogno di un partito di centro moderato, aperto, che guarda al Ppe. Noi siamo al 3%, mentre tutto i petali o petaloni sono allo 0,1-0,2%».

    Su quale base siete disponibili al confronto? «Il nostro obiettivo non è di far parte di una coalizione per avere qualche collegio, ma vogliamo fare una proposta seria E siamo disponibili a correre da soli. Su questa base si può pensare se e come entrare in una coalizione, ma questa deve essere coerente alla nostra proposta Non si tratta di dire con chi andiamo, ma di dire chi siamo».

    In Sicilia appoggiate il candidato del Pd, mentre state nel Ppe con Berlusconi. C’è qualcosa che non quadra? «Noi rispettiamo l’autonomia dei territori. In Sicilia i nostri hanno fatto la loro scelta. Io sarei andato da solo, ma è una decisione territoriale. Non implica nulla. L’Udc ha detto che a livello nazionale vuole andare con l’alleanza del centrodestra, mentre in Puglia sta con il governo di centrosinistra. Le elezioni nazionali hanno un altro significato».

    I capisaldi del vostro programma elettorale? «Famiglia, impresa e lavoro. II reddito di cittadinanza del M5S è una enorme baggianata. II giovane e l’over-cinquantenne non hanno bisogno di assistenza. II lavoro lo danno le imprese e se c’è un euro a disposizione lo si dia alle imprese affinché possano assumere».

    E le pensioni? «Una discussione assurda, altro che sei mesi in più. II dramma è quello degli over-cinquanta. Se perdono il lavoro che fanno prima della pensione? Se spostare di sei mesi l’età pensionabile costa 5-6 miliardi meglio spenderli per abbassare il costo del lavoro».

    Se il governo pone la fiducia sullo ius soli, che fate? «Se la votano Minniti e i ministri del Pd che legittimamente vogliono fare dello ius soli una battaglia ideologica. Sarebbe una forzatura, non la voteremmo. Poi, se il Pd vuole approvare una legge si approvi lo ius culturae e si rimandi la discussione sullo ius soli alla prossima legislatura».

     

    di: Michele Cozzi

    fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

  • lupi3images

    LUPI: QUESTA LEGISLATURA SCADE A FEBBRAIO 2018. #ELEZIONI

    La data delle elezioni non è il dibattito centrale ma la conseguenza di un lavoro serio che si fa, ogni legislatura ha una sua scadenza, questa ce l’ha al febbraio del 2018“. Lo dice Maurizio Lupi a Rtl 102.5. “Area Popolare e il nuovo centro-destra hanno un indirizzo politico molto chiaro, quello di essere alternativa seria, moderata, liberale e popolare, l’alternativa al Pd e anche a un Salvini Lepenista che legittimamente fa quella scelta ma che non possiamo condividere”, spiega il capogruppo di Ap alla Camera che sottolinea: “Con questa legge elettorale, in questo momento, una cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Proprio sulla legge elettorale, Lupi dice: “Noi riteniamo che il premio alla coalizione sia meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto?”.

  • Sergio Pizzolante

    PIZZOLANTE: BENE #LORENZIN, VOTO SIA A SCADENZA NATURALE. #ELEZIONI.

    “Il Ministro Lorenzin ha perfettamente ragione o si andava al voto a febbraio dopo il risultato del referendum oppure, con la formazione del nuovo governo, si deve andare a scadenza naturale. È grave che settori importanti della maggioranza dimostrino poca attenzione al nuovo governo, proprio nel momento in cui sembra che gli italiani ne apprezzino l’operato. Dopo 6 mesi di campagna referendaria non possiamo permetterci altri sei mesi di scontri elettorali con una legge che ci consegnerebbe un Paese ingovernabile.

    Lo dichiara in una nota il Vicepresidente del Gruppo Area popolare, Sergio Pizzolante, che continua : “Inoltre, l’esplosione dei populismi in Europa e nel mondo richiede, alle forze politiche responsabili, una nuova capacità di lettura della realtà e una proposta convincente per il futuro. Non la fretta per una rivincita impossibile. Mario Draghi ha detto cose importanti sulla crescita, sull’euro, sull’Europa e sui populismi. Sia un esempio per tutti coloro che hanno la grande responsabilità di non consegnare l’Italia a Grillo e Salvini”, conclude Pizzolante.

     
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    Lorenzin: Il voto anticipato è un salto nel buio – Intervista a Il Messaggero

    Lorenzin: «L’Italia sia baluardo contro i populismi». «Sono altre le priorità dei cittadini: il terremoto, le emergenze sociali…».

    Si allarga il fronte, nel governo, contrario alle elezioni anticipate. Dopo Carlo Calenda, esce allo scoperto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.  «Il voto anticipato è un azzardo, può rivelarsi una corsa verso il buio», sostiene l’esponente centrista, «siamo rimasti tra i pochi Paesi che può fare da baluardo nel 2017 contro i populismi».  E ancora: «Le priorità dei cittadini adesso non sono le elezioni. Occorre dare risposte concrete alle emergenze sociali, ai terremotati. Bisogna dare attuazione al piano sull’immigrazione per fronteggiare gli sbarchi estivi e mettere in sicurezza il sistema bancario. In più cadere adesso in campagna elettorale indebolirebbe il Paese nella trattativa per un’Europa a più velocità: il rischio è di essere tagliati fuori dal gruppo di testa».

    Eppure, ministro, nonostante le numerose frenate c’è ancora un gran parlare di elezioni a giugno e di legge elettorale da fare in tutta fretta. Cosa ne pensa? «Bisogna ripartire dal confronto con tutti, superando steccati ideologici e seguire il percorso tracciato dal presidente Mattarella, armonizzando i due sistemi elettorali di Camera e Senato aspettando le motivazioni dalla Consulta per cogliere con attenzione i moniti che verranno della sentenza. E’ giunto il momento che la politica si prenda le sue responsabilità e proceda in Parlamento a varare leggi elettorali nuove ed omogenee che garantiscano governabilità e stabilità al Paese per i prossimi anni. Il rischio è di finire come la Spagna, restata senza governo per più di un anno».

    Renzi penserà che sia la temuta melina…  «Non si tratta di melina o prendere tempo, ma soltanto di essere seri verso gli italiani e tutti gli elettori di qualsiasi schieramento. Andare alle elezioni in modo affrettato e senza che vi sia un percorso in sicurezza minerebbe in modo serio la tenuta dell’Italia».

    Il suo collega Calenda ha lanciato lo stesso allarme. «E’ una questione di buonsenso. Messo in sicurezza il percorso e le riforme fatte durante il governo Renzi, che ha affrontato una stagione di riforme senza precedenti, a decidere quando sarà il momento più giusto per votare saranno il Parlamento e il presidente della Repubblica. In questa fase particolare parlare di legge elettorale è doveroso, ma bisogna avere come stella polare i bisogni reali degli italiani che sono altri. Occorre dare risposte concrete alle emergenze sociali, ai terremotati cui bisogna essere ogni giorno accanto per verificare l’attuale applicazione del decreto varato affinché in tempi brevi vi sia una ricostruzione di tutto ciò che possa consentire ancora a quei luoghi e a quei concittadini di essere comunità come hanno diritto».

    C’è chi, contro le elezioni, gioca come Cicchitto la carta dell’allarmante stagione internazionale. Dopo l’elezione di Trump, c’è il rischio-contagio in Francia… «Ha ragione. Abbiamo appuntamenti internazionali cruciali, siamo rimasti tra le pochissime nazioni che può fare da baluardo nel 2017 contro i populismi. Bisogna guardare allo spread che aumenta e specula sulle instabilità politiche. E, peggio ancora, l’Italia potrebbe vivere un nuovo downgrade del suo rating in una corsa verso il buio senza aver messo prima in sicurezza il suo sistema bancario. In più non va dimenticato il piano sull’immigrazione cominciato dal ministro Alfano che in questa fase, col nuovo piano del ministro Minniti, si troverà a fronteggiare gli sbarchi estivi».

    Diranno che è attaccata alla poltrona. «Poltrona? Piuttosto sono attaccata alla ragione. Come si può fare tutto ciò che ho elencato in piena campagna elettorale? E poi mi chiedo: che senso ha avuto far nascere questo governo se non gli si da nemmeno il tempo per affrontare le emergenze sociali? Allora aveva ragione Alfano che sarebbe stato meglio rimanere col governo Renzi dimissionario e andare al voto a febbraio. Ma ora lo ritengo francamente azzardato. E c’è dell’altro».

    Cos’altro c’è? «Sono preoccupata. Viviamo una fase di scorribande straniere e tentativi di acquisizione di aziende strategiche nel nostro Paese. E non si può non mettere in agenda un piano che tuteli quelli che rappresentano gli interessi nazionali. E poi ora che si parla di un’Europa a diverse velocità cadere in campagna elettorale indebolirebbe il Paese in una fase cruciale per il nostro posizionamento: rischiamo di essere tagliati fuori dal gruppo di testa, rischiando esclusioni e marginalità. Al di là della nostra volontà queste scelte cruciali si giocano in questa manciata di mesi».

    Torniamo alla legge elettorale. Cosa ne pensa della proposta di Franceschini e Romani a favore del premio di coalizione e non di lista? «Sono d’accordo. E apprezzo l’impegno in tal senso anche di chi viene da una cultura diversa dalla mia, ma comprende meglio di altri che per riaprire una stagione riformista serve anche un alleanza moderata».

    L’approdo è un alleanza che da sinistra arrivi fino al Nuovo centrodestra? «E’ prematuro parlarne adesso. E di sicuro non è più tempo di parlare di alleanze in chiave “centro sinistra” o “centro destra”. Ncd è un partito di centro distante dalla destra e distinto dalla sinistra. I nostri sono i valori dei popolari europei, l’orizzonte è quello di una politica che mette al centro la persona. E in ogni caso non bisogna avere paura del voto anticipato, ma nemmeno sottovalutare gli effetti di una brutta legge elettorale».

    Con il passare dei mesi però Renzi teme di indebolirsi? «Non sono d’accordo. E penso che Renzi sia una risorsa non solo per il suo partito, ma per l’intero Paese».

    Alle elezioni con chi si alleerà il suo partito? «Ora bisogna tutti fare un passo indietro, sedersi a un tavolo e dare innanzitutto risposte ai cittadini. Le alleanze verranno poi e si formeranno in base ai programmi, come la difesa del nostro sistema sanitario e l’abbassamento della pressione fiscale a famiglie e ai lavoratori cui non si può chiedere oltre. Solo così si potranno anche dare le risposte serie che attende l’Europa e varare anche in tempi rapidi una manovra correttiva che non impatti sui cittadini e non incida sugli investimenti strategici, ma riparta dalla spesa pubblica».

     

    di: Alberto Gentili

    fonte: Il Messaggero

     

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    Cicchitto: Cari Orfini e Rosato, sbagliate a non volere più l’alleanza col centro

    IL 40 PER CENTO DEL REFERENDUM NON È UNA VITTORIA. E’ IL SEGNALE DI UN MALESSERE A CUI GENTILONI PUÒ DARE UNA RISPOSTA: UN ERRORE VOTARE SUBITO

    Checché ne pensino il presidente Orfini e il presidente Rosato la questione della legge elettorale, e la stessa tematica sui tempi della fine della legislatura e sul ruolo del governo Gentiloni, richiedono riflessioni più attente e approfondite di quelle assai sommarie che essi hanno sviluppato nelle loro più recenti interviste e dichiarazioni. La questione della legge elettorale non è così semplice da risolvere per cui, dopo aver fatto un breve giro di tavolo intorno all’impraticabile ipotesi del Mattarellum, si va subito a votare con le due leggi esistenti: il Consultellum per il Senato e quella derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale per la Camera. Ora, sul fatto che esse non presentano l’omogeneità richiesta dal presidente Mattarella e sul conseguente rischio di ingovernabilità, si sono pronunciati non solo molti studiosi, ma anche il presidente Grasso, la seconda carica dello Stato. Così Grasso: «C’è un premio per la lista alla Camera, al Senato ci sono le coalizioni. Le soglie di sbarramento sono diverse: il 3% alla Camera, l’8% al Senato che, pero, pub ridursi in caso di coalizione se si supera il 20%, quindi in condizioni diverse. h poi le preferenze di genere: alla Camera la doppia preferenza, al Senato la preferenza unica. Infine i capilista nominati alla Camera non sono previsti per il Senato e poi le pluricandidature con sorteggio alla Camera». Insomma per Grasso «bisogna sedersi intorno a un tavolo, trovare le soluzioni che la politica dovrà mettere insieme per ridurre tutte le differenze che determinano la probabilità di maggioranze non eguali, non omogenee. Il Parlamento, i gruppi, i partiti devono fare in modo di superare le differenze: si pub fare in un giorno, in una settimana, nel tempo necessario per trovare una condivisione». Queste riflessioni della seconda carica dello Stato ci sembrano perfettamente in sintonia con quello che ha affermato il presidente della Repubblica Mattarella, quando ha detto «è necessario dotare il nostro Paese di leggi elettorali, per la Camera e per il Senato, che non siano, come in questo momento, l’una maggioritaria e l’altra assolutamente proporzionale ma siano omogenee e non inconciliabili fra esse». Nel dibattito sulla legge elettorale, oltre ai dati istituzionali, bisogna tener conto anche di alcuni elementi politici. Avendo presente tutta questa problematica, da un lato il presidente Lupi e il gruppo alla Camera di Ap con un progetto di legge, dall’altro lato il presidente Casini in un’intervista al Corriere della Sera, hanno proposto una legge elettorale che si fondi, oltre che sul premio di maggioranza oggi vigente, anche su un premio di governabilità per una soglia più bassa del 40%, che venga dato non ad una lista ma ad una coalizione. Queste proposte tengono conto dell’esigenza di assicurare la governabilità in una situazione nella quale nessuna lista è in grado di raggiungere il 40%. In queste proposte c’è una combinazione fra tre elementi: la proporzionale, la coalizione e il premio di maggioranza. Evidentemente si tratta di materia del tutto opinabile, facendo i conti anche con i rapporti di forza che emergono dai sondaggi e con il fatto che di fronte alla crisi del bipolarismo, verificatasi alle elezioni del 2013, occorre recuperare un elemento politico di fondo quale la nozione di coalizione. Non a caso la legislatura che dal 2013 arriva ai giorni nostri, ha avuto un governo e una maggioranza fondati sulla scelta politica e sulla prassi della coalizione fra un partito riformista di sinistra e un’area di centro costituita da Ncd, Scelta Civica, Psi, Udc, i Moderati. Originariamente quest’area era ancora più estesa perché riguardava tutto il Pdl-Forza Italia poi sottrattosi per sua scelta a queste larghe intese. Prima domanda: forse imitando l’Occhetto del 1994 il concetto stesso di coalizione fra la sinistra riformista e un centro moderato riformista provoca repulsioni al Pd per le prossime elezioni? Questa sembrerebbe la conclusione, se dovessimo dare un senso politico alle proposte sulla legge elettorale contenute nelle dichiarazioni e nelle interviste del presidente Orfini e del presidente Rosato. Infatti, tentativo per il Mattarellum a parte, votare con le leggi elettorali attuali vorrebbe dire che il Pd punta secco al 40%, che ritiene così a portata di mano da escludere qualunque coalizione. Tutto ciò è contraddetto sia da quello che è avvenuto in questa legislatura, sia dai sondaggi, sia dagli stessi risultati delle amministrative. I due 40% verificatesi in questi anni si riferiscono alle elezioni europee e al referendum. Ora, a nostro avviso il 40% del Pd alle europee non è stato affatto messo in banca, in una cassaforte ben vigilata, ma è stato un irripetibile momento di grazia favorito anche da tutti gli errori commessi allora da Grillo, e poi è stato smentito da tutti i risultati elettorali successivi delle amministrative e oggi da tutti i sondaggi. Paradossalmente il 40% del referendum è una controprova di tutto ciò: in esso non è affatto confluito tutto il Pd, che anzi si è diviso clamorosamente, ma si sono aggiunte molte altre forze e anzi proprio quel risultato dovrebbe costituire un campanello d’allarme da tutti i punti di vista. Queste sono, a nostro avviso, alcune delle questioni attinenti alla legge elettorale sia dal punto di vista istituzionale sia da quello politico. Poi su un piano del tutto diverso, che non discende affatto dai tempi richiesti per definire la legge elettorale, sono in campo a nostro avviso alcune considerazioni che mettono in questione alla radice la validità della scelta per le elezioni immediate. Siamo così sicuri che sia una scelta giusta e ponderata quella di stressare gli italiani con altri sei mesi di campagna elettorale, dopo aver passato già un anno e mezzo nello scontro frontale sul referendum? Per di più questa scelta (il voto ad aprile o a giugno) ha una conseguenza stringente: che da febbraio il governo Gentiloni andrebbe sostanzialmente in naftalina, così come l’attività parlamentare. Questo schema sembra fatto su misura per il M5S e per la Lega.

    Ma vale anche per le forze di governo, per il Pd, per l’area di centro, per la stessa Forza Italia?

    Altra domanda: la lezione che traiamo dalla sconfitta sul referendum è quella di ricercare un’immediata rivincita con un’altra elezione? Ma il 60 a 40 del referendum non ha messo in evidenza che esiste anche un’area di sofferenza sociale e di difficoltà economica alla quale invece il governo Gentiloni dovrebbe cercare di dare qualche risposta, avendo come riferimento, in funzione della crescita, da un lato le imprese e gli investimenti (vedi le tematiche di Calenda), dall’altro lato i giovani e le aree di più marcata sofferenza sociale? Francamente rinunciare a offrire una risposta sul terreno economico-sociale al risultato del referendum, per darne, invece, una tutta politicista (elezioni subito) significa a nostro avviso correre il rischio di mettere in atto una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di chi lo fa.

    Un ultimo punto. Abbiamo con l’Europa un contenzioso riguardante il rischio di una dichiarazione di procedura di infrazione. Condividiamo a questo proposito la ferma risposta data dal presidente del Consiglio Gentiloni che implica pero una battaglia di non poco conto a livello europeo. Ebbene, riteniamo di affrontare una battaglia così impegnativa con un governo dimezzato perché gli sono stati dati gli otto giorni? Avanziamo tutte queste osservazioni non in polemica con Renzi, che sulla questione delle elezioni non si è ancora pronunciato, ma anzi con l’obiettivo di costruire il contesto migliore per il rilancio del leader di un’area innovativa e riformista che deve andare molto aldilà dello stesso Pd, condizione decisiva per cambiare il paese e battere l’avversario populista e protestatario che adesso pub far leva anche su un contesto internazionale che è così profondamente cambiato. In ogni caso sarebbe auspicabile che riflettessimo tutti su due interventi ispidi, scomodi e forse anche sgradevoli, ma significativi, quello contenuto nell’articolo di Galli della Loggia e l’altro costituito dall’intervista ad Emanuele Macaluso.

    Di Fabrizio Cicchitto 

    Fonte: Il Dubbio

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    ALLI: SAN SUU KUY ESEMPIO DA SEGUIRE. EVITATI ERRORI LIBIA CON TRANSIZIONE DEMOCRATICA PACIFICA

    Roma, 9 novembre 2015. “La vittoria, quasi certa, in Birmania di Aung San Suu Kyi e del partito di opposizione Ndl da lei guidato, sarebbe un’ottima notizia e un esempio da seguire. Una donna è riuscita, con la sua tenacia e la sua determinazione, affrontando e sopportando mille difficoltà, a portare dopo 25 anni il suo Paese verso la democrazia. Non si tratta, però, di una rivoluzione improvvisa avvenuta da un giorno all’altro ma di una transizione pacifica che produrrà di sicuro effetti strutturali e duraturi nel tempo”. A dirlo è Paolo Alli, Capogruppo Area Popolare (Ncd-Udc) in Commissione Affari Esteri e Vice Presidente dell’Assemblea Parlamentare Nato. “Sono stati evitati gli errori avvenuti, ad esempio, in Libia dove ancora a distanza di qualche anno dalla caduta di Gheddafi, siamo in una situazione complessa e dove la democrazia non è stata riportata. Ora la Birmania potrà, finalmente, uscire dal suo isolamento, tornare nella comunità internazionale e rilanciare la sua economia. Finora su di essa, per effetto del regime militare, hanno gravato le sanzioni Usa e quelle dell’Unione Europea”.

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    Lupi: Centrodestra italiano impari da Cameron il coraggio del cambiamento

    “L’indiscutibile successo in Gran Bretagna, del leader Tory, David Cameron, che dimostra tra l’altro e ancora una volta che è meglio fidarsi dei voti veri piuttosto che dei sondaggisti, che peraltro avevano già toppato in Francia, è un segnale importante per l’Europa. L’aver saputo coniugare rigore nei conti e politiche pro crescita, insieme a un programma di welfare impostato più sul protagonismo della società civile che dello Stato, è stata l’arma vincente dei Conservatori inglesi, che ora, forti della praticamente certa maggioranza assoluta alla Camera, potranno continuare nell’opera di rilancio del Paese dopo la terribile crisi che lo ha colpito negli anni passati”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Area popolare (Ncd-Udc) alla Camera, Maurizio Lupi. “Gli elettori premiano chi ha avuto il coraggio di vere proposte di cambiamento. Gli inglesi – prosegue Lupi – hanno voluto indicare chiaramente da chi vogliono essere governati, e lo sanno sin dal giorno dopo le elezioni. Lì non dipende tanto dal sistema elettorale (che pur aiuta) quanto piuttosto da una cultura politica. Mi auguro che questo faccia riflettere, a fronte di un sistema elettorale che spinge verso il bipartitismo, anche i moderati e i liberali italiani. Non è sulla generica idea di un partito repubblicano che ci possiamo ritrovare, ma su concrete proposte di cambiamento. La politica deve smettere di andare dietro ai sondaggi, alle demagogie e agli allarmismi su fantomatici pericoli per la democrazia: Cameron – conclude il capogruppo di Ap – governa con il 36 per cento dei voti. Qualche persona di buon senso è pronta a sostenere che a Londra si è instaurata una dittatura?”.

    Roma, 8 maggio 2015

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    DE GIROLAMO “ELEZIONI ANTICIPATE? FORSE, RESTO DIFFIDENTE”

    ROMA (ITALPRESS) – “Di natura sono molto diffidente. Ieri sera Renzi e’ stato molto puntuale e ha messo nel documento il fatto che si arriverà al 2018 e che la maggioranza tiene. Ma io resto diffidente”. Lo afferma, in conferenza stampa, la capogruppo di Ncd alla Camera, Nunzia De Girolamo, a chi le chiede se, alla luce del vertice di ieri sera, abbia cambiato idea circa il fatto che il premier voglia andare ad elezioni anticipate. (ITALPRESS).

     

  • tancredi

    Tancredi: Su Commissari dibattito stucchevole. Siano eletti da cittadini

    Tancredi: I Commissari europei siano eletti dai cittadini e non il frutto di equilibri, accordi e logiche spartitorie tra gli stati membri. La Commissione non è un album di figurine da riempire, ma dovrebbe essere l’espressione più diretta e democratica della volontà popolare europea. Il simbolo di un’avvenuta integrazione politica che ci permetterebbe finalmente di compiere quel salto di qualità necessario a superare i limiti di un’Unione rimasta finora sulla carta e confinata soltanto all’ambito monetario. 

    Con il dovuto rispetto per i protagonisti tirati in ballo, dal Ministro Mogherini al Presidente Letta, il dibattito di queste ore, tutto concentrato sui nomi che potrebbero ricoprire ruoli di prestigio in seno alle istituzioni europee, sta diventando fin troppo stucchevole, almeno nella misura in cui riesce a coinvolgere gli elettori europei, i cittadini. In questo senso l’elezione di Jean-Claude Juncker ha rappresentato un primo passo lungo questo percorso, una prima e positiva applicazione del Trattato di Lisbona, come dimostrato del resto dal suo discorso pronunciato alla plenaria di Strasburgo, che non ha potuto evitare i temi caldi della campagna elettorale, anche italiana: dalla flessibilità del Patto di Stabilità fino ad una maggiore integrazione nella gestione del problema migratorio.

    E’ giunto il momento, dunque, di cominciare a riflettere sull’opportunità di estendere il meccanismo di elezione anche al resto dei Commissari. A giovarne sarebbe anzitutto la legittimazione democratica delle istituzioni europee, la loro autorevolezza e dunque la forza di queste ad affrontare alcuni temi spinosi, come quello ad esempio della mutualizzazione del debito.