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    Pizzolante: Il centro siamo noi. E l’opa ostile di Pd e Fi fallirà – Intervista a Il Dubbio

    Sergio Pizzolante: Le dimissioni del ministro Costa e quelle del sottosegretario Massimo Cassano sono figlie di una strategia congiunta che tende a bruciare il terreno dei moderati

     

    «Alternativa popola­re non è sull’orlo dell’implosione. Ma si candida a dar voce a quel­l’area del ceto medio che non si sente rappresentata dai populi­smi, inseguiti dallo stesso Renzi e alleati di Berlusconi, e dalla no­stalgia del ritorno in Forza Italia o all’Unione di Prodi. Detto questo, anche noi abbiamo fatto errori di staticità», parole di Sergio Pizzolante, vice capogruppo di Ap alla Camera, molto vicino ad Angelino Alfano.

    Onorevole Piz­zolante, Pd e Fi vi stanno strin­gendo a tena­glia. Dopo le dimissioni di Costa, ieri sono arrivate quelle da sottosegre­tario di Massimo Cassano. Come reagite? «Questi passag­gi, sono figli di una strategia congiunta del Pd e di Forza Italia di bruciare il terreno del centro. È destina­ta però a fallire. Perché non è con la campagna acquisti dell’ultimo chilometro prima delle elezioni che si può immaginare di rappre­sentare il voto dell’area moderata, liberale, di centro, del ceto medio che è certamente smarrito ed è in difficoltà, cerca una nuova rap­presentanza politica, che però non si tradurrà mai nel seguire Costa da una parte e Bernar­do dall’altra».

    C’è un rischio implosione di Ap? «Questo rischio non c’è perché la fenomenologia della campagna acquisti comunque non cancella il fatto che ci sono milioni di italiani i quali né si fanno incantare dalla dinamica della paura, che oggi porta una parte degli elettori a votare per i partiti populisti e per chi insegue la nostalgia del ritorno a Berlusco­ni o a Prodi e all’Unione».

    Quindi, cosa intendete fare? Qua­le messaggio lancerete in que­sto fine settimana dalla summer school dei Giardini Naxos a Taor­mina? «È necessario costruire un soggetto politico che sia alternativo alla dinami­ca della paura e della nostalgia. Il nostro obiettivo è partecipare alla costruzione di un soggetto politi­co alla Macron».

    Mai numeri sono un po’ impieto­si: Ap nei sondaggi ha il 2,9 per cento. «I sondaggi sono impietosi anche per il Pd che è passato dal 41 al 25 per cento e si avvia a prendere il 20 e per Berlusconi che è sotto Salvini. Quindi, di cosa stiamo parlando? Se questi numeri, che sono impietosi per loro, gli ex grandi partiti pensano di recupe­rarli con la campagna acquisti di Costa e di Bernardo, tanti auguri».

    Ma il pressing del ritorno nel cen­trodestra per la verità si è scate­nato dopo che Renzi vi ha mal­trattati usando con Alfano espressioni più pesanti di quelle di Berlusconi. Altro che mancan­za del quid… «Stiamo parlando di una realtà po­litica triste perché ci sono leader con una visione molto corta. Sia Renzi che Berlusconi dicono che il grande pericolo è il governo a Cinque Stelle ma anziché costrui­re sistemi di alleanza e di allarga­mento del proprio orizzonte poli­tico, elettorale e programmatico fanno azioni distruttive e Opa ostili nei confronti dei partiti più piccoli. È miopia politica».

    Quali errori vi rimproverate? «È del tutto evidente che se c’è uno spazio politico per un’area al­ternativa alle paure, ai populismi e anche alla nostalgia, significa che non abbiamo saputo rappre­sentarla. Se ci sono milioni di ita­liani di ceto medio delusi che si astengono o votano i Cinque Stel­le è chiaro che abbiamo commes­so errori».

    Voi avete insistito sul senso di re­sponsabilità beccandovi sempre l’accusa di poltronismo. Sarebbe stato meglio far cadere il gover­no? «No, noi siamo nati per un gesto di responsabilità che è stato quello di tenere in vita il governo del Paese nel momento in cui l’alter­nativa sarebbe stata il disastro e cioè andare al voto anticipato sen­za una legge elettorale. Quindi, io ho l’orgoglio di quella scelta. Es­sendo nati con un gesto di respon­sabilità non potevamo chiudere con un gesto di irresponsabilità. Detto questo, l’eccesso di respon­sabilità è diventato per lunghi tratti staticità».

    Dovevate essere di lotta e di go­verno? «Dovevamo essere più arcigni nel difendere alcune battaglie di li­bertà e invece siamo apparsi mor­bidi sull’oppressione fiscale del ceto medio e anche sul tema giu­stizia dove sono stati fatti passi in­dietro».

    Nel Pd Dario Franceschini sulla politica delle alleanze al centro si è dimostrato più aperto di Renzi. Avete un dialogo con lui? «Franceschini è persona seria e di­ce cose di buon senso. Pensa che chi ha collaborato per il buon go­verno non può essere preso a pe­sci in faccia. Ma non c’è solo lui, dalla Sicilia all’Emilia Romagna molti del Pd dialogano con noi. Ne vedremo delle belle».

     

    di: Paola Sacchi

    fonte: Il Dubbio

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    Lupi: Renzi è tornato alla realtà. Ora governiamo – Intervista a Il Dubbio

    «Un decreto sulla legge elettorale sarebbe fuori luogo. E in ogni caso dovrebbe passare attraverso il consiglio dei ministri e noi siamo contrari». Archiviata la bocciatura del “Fianum”, Maurizio Lupi, capogruppo di Alternativa popolare alla Camera, mette subito in chiaro un concetto: il luogo per fare le leggi è il Parlamento. Inutile cercare scorciatoie che portano in un vicolo cieco.

    Alfano ha detto che «Ap ha vinto» la partita sulla legge elettorale. Siete soddisfatti?
    Non parlerei di una partita come se fosse un incontro di calcio con un vincitore e uno sconfitto, abbiamo detto di aver vinto perché l’obiettivo era dare una buona legge elettorale al Paese. È stata la vittoria del buonsenso, la vittoria di chi non urla e non pensa di fare accordi fuori dal Parlamento che si basano solo sui numeri ma senza alcuna base politica con la P maiuscola. Bisogna mettere da parte l’interesse dei singoli, non possono decidere solo i grandi gruppi sulla pelle di tutti gli altri: si dialoga e si cercano proposte per migliorare un testo, così funziona il Parlamento.

    E in Parlamento ci sono ancora le condizioni per scrivere una nuova legge elettorale?
    Il Parlamento è in grado di approvare una nuova legge ad amplissima maggioranza a condizione che si correggano gli errori commessi. Il segretario del Pd ha ammesso di aver sbagliato. Bene, ci si rimetta al lavoro dalla prossima settimana per individuare punti comuni che consentano di scrivere una buona legge. Altrimenti ci sono già i testi modificati dalla Consulta. L’importante è aver tolto dallo scenario l’equivoco di far coincidere l’approvazione della legge con lo scioglimento delle Camere.

    L’ex premier Renzi adesso annuncia pieno sostegno al governo Gentiloni fino al 2018. Vi fidate ancora del segretario Pd?
    Io mi sono sempre fidato, per formazione personale, della politica. Per me l’altro non è mai stato l’avversario assoluto, anche se la pensa in maniera diversa. Bisogna collaborare per il bene del Paese. Ho sempre avuto fiducia nelle persone, compreso il segretario del Pd. Dobbiamo impiegare gli otto mesi rimanenti di questa legislatura per affrontare alcune priorità: crescita, sostegno alle famiglie e alle imprese. E nella prossima legge di stabilità dovremo evitare di aumentare l’Iva di due punti perché frenerebbe il Paese.

    Sulla legge elettorale Renzi ha commesso gli stessi errori che hanno portato alla sconfitta del 4 dicembre?
    Spero che ognuno di noi impari sempre qualcosa da ciò che accade. Tanto più se uno decide di fare politica, un’attività strettamente legata alla comprensione della realtà. E se sei fuori dalla realtà sei finito, mi auguro che Renzi abbia appreso qualcosa anche dalla bocciatura di questa riforma. L’idea di fare tutto in fretta ti conduce inevitabilmente in errore.

    Anche nel Pd ci sono stati franchi tiratori che hanno “impallinato” la riforma. Crede che alcuni parlamentari dem siano stati condizionati dalle severe parole contro le elezioni anticipate pronunciate dall’ex Presidente Napolitano?
    Intanto mi faccia dire una cosa sui franchi tiratori: se in Parlamento sono previsti i voti segreti significa che su alcuni temi la libertà personale viene prima della disciplina di partito. Sicuramente, però, un pensatore libero e autorevole come Napolitano ha rafforzato anche i giudizi di molti, non solo del Pd. Infatti i franchi tiratori sono stati molto trasversali.

    Ora Ap conferma l’appoggio a Gentiloni ma Alfano aggiunge: «Non ci sentiamo alleati del Pd». Come si fa a stare in maggioranza senza intesa col maggior partito di governo?
    In questi giorni di scontro acceso è emerso ciò che noi sosteniamo da quattro anni. Questo governo è stato retto da una maggioranza non determinata dalle urne, ma dall’assunzione di responsabilità di partiti diversi e alternativi che volevano aiutare il Paese a uscire dalla crisi, visto che nel 2013 nessuno aveva vinto le elezioni. Dunque, non un governo monocolore del Pd. Anzi, alcuni provvedimenti sono proprio frutto della nostra presenza: abolizione dell’Imu, cancellazione dell’articolo 18, flessibilità sul lavoro, voucher, bonus mamme. Le larghe intese, però, sono sempre una parentesi eccezionale.

    Che a voi è costata una scissione da Forza Italia…
    Ritenevamo importante la collaborazione tra culture politiche diverse per far uscire il Paese dal baratro. E in parte ce l’abbiamo fatta, visto che la crescita inizia a farsi vedere. Anche per questo abbiamo avversato una legge elettorale proposta da Forza Italia – il partito che ha criticato le larghe intese – costruita paradossalmente su misura per le larghe intese dopo il voto. Quando ci ripresenteremo davanti agli elettori rivendicheremo i risultati ottenuti in questi anni ma anche le grandi differenze tra noi e il Pd.

    E con quale contenitore vi ripresenterete davanti agli elettori?
    Stiamo lavorando a una proposta politica nuova: alcuni la chiamano di centro, altri moderata, altri ancora liberal popolare. Definitela come vi pare, l’importante è tornare a proposte politiche che non si basino né sui Maradona né sui Mandrake. Non serve urlare o scagliarsi contro qualcuno, è il momento delle persone di buonsenso che si rimboccano le maniche con un’unica idea in testa: l’Italia è grande grazie ai suoi cittadini.

    Parisi resta ancora una potenziale risorsa o, visto che le urne si allontanano, ne potete fare a meno?
    Ripeto, non abbiamo bisogno né di Mandrake né di Maradona, anche perché in giro non ce ne sono purtroppo. Servono persone che credono nella politica e chi viene dalla società civile deve comprendere la sfida che ci attende: dobbiamo unirci senza porre paletti o primogeniture. Servono personalità capaci di fare una sintesi al servizio di un’idea nuova. Chiunque sia, non ci sono predestinati. Chi pensa di essere un predestinato, in genere, fa una brutta fine.

    Forza Italia non è più in grado di coprire lo spazio che voi vi proponete di rappresentare?
    Forza Italia prima e il Pdl dopo erano partiti che con un consenso altissimo. Nel 2008 il Pdl raggiunse il 38 per cento delle preferenze. Oggi Forza Italia, stando ai sondaggi, si attesta attorno all’11 o 12 per cento. È evidente che quella promessa interpretata per 20 anni da Berlusconi oggi ha bisogno di strumenti nuovi. Affrontare i cambiamenti epocali con strumenti vecchi porta alla sconfitta. E lo dice uno che tifa Milan, posso mostrare tutti i nostri trofei, ma purtroppo sono sei anni che non vinciamo più niente.

     

    di: Rocco Vazzana

    fonte: Il Dubbio

     

  • on Scopelliti

    Scopelliti: Non può uscire di cella perché è il capo della mafia

    Su Riina la questione è molto semplice: se la Cassazione ha chiesto di motivare meglio una sentenza, che il Tribunale motivi meglio. Non credo avrà difficoltà a dimostrare che una persona che solo poco tempo fa minacciava dal carcere Don Ciotti è ancora un pericolo pubblico. Punto. Non ci dovrebbe essere nient’altro da dire. Se intervengo è perché mi sembra che la discussione stia prendendo una china sbagliata. Da una parte chi si appella alla cultura giuridica di Beccaria e dall’altra chi ricorda l’elenco delle vittime di Riina che non hanno potuto avere “una morte dignitosa”.

    A mio avviso entrambi gli approcci rischiano di portarci fuori strada. Mi spiego. La dignità, in particolare la dignità nel momento della malattia e della morte, è qualcosa che lo Stato deve garantire a ogni essere umano: questo non è in discussione. E bene ha fatto il Procuratore Antimafia e Antiterrorismo Roberti a ribadire che essa deve essere garantita a tutti coloro che sono ristretti in carcere, nonché a ricordare a scanso di equivoci che è quotidianamente garantita anche al detenuto Riina. Se il signor Riina Salvatore è malato e i medici dicono che ha bisogno di cure particolari che le abbia. In carcere o in ospedale appositamente attrezzato per ospitare detenuti così pericolosi. È stato fatto per Provenzano, per Liggio e tanti altri: sono morti in carcere assistiti da personale medico, mica abbandonati in una cella tra atroci sofferenze e nell’indifferenza generale… Quello che in pochi hanno sottolineato (tra questi voglio ricordare il Procuratore Gratteri, che è stato come sempre chiaro e didascalico) è che il detenuto Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri. E non (solo) perché si è macchiato dei più atroci ed efferati delitti, non per un male inteso senso di rivalsa o si vendetta. Non mi interessa quando e come muore Riina: gli auguro solo di trovare la forza per chiedere perdono a Dio per la sua vita ignobile e per la sofferenza che ha dato a molte famiglie. E non potete immaginare quanto costi a me – cresciuta senza un padre per decisione di quell’essere spregevole – scrivere queste parole.

    Non facciamo gli ipocriti, ci dice Gratteri. Non facciamo gli ipocriti: Riina non è un detenuto come gli altri. Comprendo chi ha fatto propria una cultura garantista e ci richiama al rispetto della dignità umana. Sottoscrivo che lo Stato non deve mai mettersi al livello dell’anti-Stato e quindi custodire quella pietas che la “montagna di merda” che è la mafia non ha e non può avere. Ma Riina Salvatore non è un detenuto come gli altri, è un Capo. Mai si è pentito, mai ha collaborato. Rimandare Riina a Corleone non sarebbe un gesto di pietà, ma un suicidio. Un suicidio dello Stato. Il 41bis serve a isolare i Capi da chi è pronto ad ammazzare per loro: come possiamo garantire a Don Ciotti e a chi come lui combatte ogni giorno la mafia che non sarà dato ordine di ucciderlo?

    E infine la cosa più importante. Riina che entra a Corleone – anche se “solo” per morire – sarebbe di per sé un gesto evocativo e simbolico senza precedenti; dalla sub-cultura mafiosa sarebbe letto come un simbolo di un potere  immutato e immutabile: a me è riuscito quello che non è riuscito a Liggio e Provenzano. Anche loro erano malati, ma per me lo Stato ha fatto un’eccezione. Io sono il Capo dei Capi e lo Stato lo conferma lasciandomi andare.

    Avete presente quanto danno ha fatto il baciamano di San Luca alla battaglia quotidiana per diffondere una cultura della legalità tra i giovani delle zone controllate dalle mafie? Quale segnale di controllo del territorio abbia rappresentato? Immaginate quanto danno potrebbe fare Totò ‘u curtu che torna a casa a morire “circondato dall’affetto dei suoi cari”.

    La Cassazione ha chiesto al tribunale di precisare meglio perché Riina deve restare in carcere? E allora lo si scriva con parole semplici: non può uscire di prigione perché è un capo della mafia. E i capi della mafia muoiono in carcere, è questa la fine che devono fare. Sarà curato e morirà dignitosamente. In carcere.

    Lo Stato non deve abdicare al suo ruolo, si dice. Giusto. E tra i suoi ruoli c’è anche quello di fare giustizia e avere rispetto per chi è morto per difenderlo da gente come Riina Salvatore.

     

    di: Rosanna Scopelliti

    fonte: Il Dubbio

     

     

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    Cicchitto: Cari Orfini e Rosato, sbagliate a non volere più l’alleanza col centro

    IL 40 PER CENTO DEL REFERENDUM NON È UNA VITTORIA. E’ IL SEGNALE DI UN MALESSERE A CUI GENTILONI PUÒ DARE UNA RISPOSTA: UN ERRORE VOTARE SUBITO

    Checché ne pensino il presidente Orfini e il presidente Rosato la questione della legge elettorale, e la stessa tematica sui tempi della fine della legislatura e sul ruolo del governo Gentiloni, richiedono riflessioni più attente e approfondite di quelle assai sommarie che essi hanno sviluppato nelle loro più recenti interviste e dichiarazioni. La questione della legge elettorale non è così semplice da risolvere per cui, dopo aver fatto un breve giro di tavolo intorno all’impraticabile ipotesi del Mattarellum, si va subito a votare con le due leggi esistenti: il Consultellum per il Senato e quella derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale per la Camera. Ora, sul fatto che esse non presentano l’omogeneità richiesta dal presidente Mattarella e sul conseguente rischio di ingovernabilità, si sono pronunciati non solo molti studiosi, ma anche il presidente Grasso, la seconda carica dello Stato. Così Grasso: «C’è un premio per la lista alla Camera, al Senato ci sono le coalizioni. Le soglie di sbarramento sono diverse: il 3% alla Camera, l’8% al Senato che, pero, pub ridursi in caso di coalizione se si supera il 20%, quindi in condizioni diverse. h poi le preferenze di genere: alla Camera la doppia preferenza, al Senato la preferenza unica. Infine i capilista nominati alla Camera non sono previsti per il Senato e poi le pluricandidature con sorteggio alla Camera». Insomma per Grasso «bisogna sedersi intorno a un tavolo, trovare le soluzioni che la politica dovrà mettere insieme per ridurre tutte le differenze che determinano la probabilità di maggioranze non eguali, non omogenee. Il Parlamento, i gruppi, i partiti devono fare in modo di superare le differenze: si pub fare in un giorno, in una settimana, nel tempo necessario per trovare una condivisione». Queste riflessioni della seconda carica dello Stato ci sembrano perfettamente in sintonia con quello che ha affermato il presidente della Repubblica Mattarella, quando ha detto «è necessario dotare il nostro Paese di leggi elettorali, per la Camera e per il Senato, che non siano, come in questo momento, l’una maggioritaria e l’altra assolutamente proporzionale ma siano omogenee e non inconciliabili fra esse». Nel dibattito sulla legge elettorale, oltre ai dati istituzionali, bisogna tener conto anche di alcuni elementi politici. Avendo presente tutta questa problematica, da un lato il presidente Lupi e il gruppo alla Camera di Ap con un progetto di legge, dall’altro lato il presidente Casini in un’intervista al Corriere della Sera, hanno proposto una legge elettorale che si fondi, oltre che sul premio di maggioranza oggi vigente, anche su un premio di governabilità per una soglia più bassa del 40%, che venga dato non ad una lista ma ad una coalizione. Queste proposte tengono conto dell’esigenza di assicurare la governabilità in una situazione nella quale nessuna lista è in grado di raggiungere il 40%. In queste proposte c’è una combinazione fra tre elementi: la proporzionale, la coalizione e il premio di maggioranza. Evidentemente si tratta di materia del tutto opinabile, facendo i conti anche con i rapporti di forza che emergono dai sondaggi e con il fatto che di fronte alla crisi del bipolarismo, verificatasi alle elezioni del 2013, occorre recuperare un elemento politico di fondo quale la nozione di coalizione. Non a caso la legislatura che dal 2013 arriva ai giorni nostri, ha avuto un governo e una maggioranza fondati sulla scelta politica e sulla prassi della coalizione fra un partito riformista di sinistra e un’area di centro costituita da Ncd, Scelta Civica, Psi, Udc, i Moderati. Originariamente quest’area era ancora più estesa perché riguardava tutto il Pdl-Forza Italia poi sottrattosi per sua scelta a queste larghe intese. Prima domanda: forse imitando l’Occhetto del 1994 il concetto stesso di coalizione fra la sinistra riformista e un centro moderato riformista provoca repulsioni al Pd per le prossime elezioni? Questa sembrerebbe la conclusione, se dovessimo dare un senso politico alle proposte sulla legge elettorale contenute nelle dichiarazioni e nelle interviste del presidente Orfini e del presidente Rosato. Infatti, tentativo per il Mattarellum a parte, votare con le leggi elettorali attuali vorrebbe dire che il Pd punta secco al 40%, che ritiene così a portata di mano da escludere qualunque coalizione. Tutto ciò è contraddetto sia da quello che è avvenuto in questa legislatura, sia dai sondaggi, sia dagli stessi risultati delle amministrative. I due 40% verificatesi in questi anni si riferiscono alle elezioni europee e al referendum. Ora, a nostro avviso il 40% del Pd alle europee non è stato affatto messo in banca, in una cassaforte ben vigilata, ma è stato un irripetibile momento di grazia favorito anche da tutti gli errori commessi allora da Grillo, e poi è stato smentito da tutti i risultati elettorali successivi delle amministrative e oggi da tutti i sondaggi. Paradossalmente il 40% del referendum è una controprova di tutto ciò: in esso non è affatto confluito tutto il Pd, che anzi si è diviso clamorosamente, ma si sono aggiunte molte altre forze e anzi proprio quel risultato dovrebbe costituire un campanello d’allarme da tutti i punti di vista. Queste sono, a nostro avviso, alcune delle questioni attinenti alla legge elettorale sia dal punto di vista istituzionale sia da quello politico. Poi su un piano del tutto diverso, che non discende affatto dai tempi richiesti per definire la legge elettorale, sono in campo a nostro avviso alcune considerazioni che mettono in questione alla radice la validità della scelta per le elezioni immediate. Siamo così sicuri che sia una scelta giusta e ponderata quella di stressare gli italiani con altri sei mesi di campagna elettorale, dopo aver passato già un anno e mezzo nello scontro frontale sul referendum? Per di più questa scelta (il voto ad aprile o a giugno) ha una conseguenza stringente: che da febbraio il governo Gentiloni andrebbe sostanzialmente in naftalina, così come l’attività parlamentare. Questo schema sembra fatto su misura per il M5S e per la Lega.

    Ma vale anche per le forze di governo, per il Pd, per l’area di centro, per la stessa Forza Italia?

    Altra domanda: la lezione che traiamo dalla sconfitta sul referendum è quella di ricercare un’immediata rivincita con un’altra elezione? Ma il 60 a 40 del referendum non ha messo in evidenza che esiste anche un’area di sofferenza sociale e di difficoltà economica alla quale invece il governo Gentiloni dovrebbe cercare di dare qualche risposta, avendo come riferimento, in funzione della crescita, da un lato le imprese e gli investimenti (vedi le tematiche di Calenda), dall’altro lato i giovani e le aree di più marcata sofferenza sociale? Francamente rinunciare a offrire una risposta sul terreno economico-sociale al risultato del referendum, per darne, invece, una tutta politicista (elezioni subito) significa a nostro avviso correre il rischio di mettere in atto una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di chi lo fa.

    Un ultimo punto. Abbiamo con l’Europa un contenzioso riguardante il rischio di una dichiarazione di procedura di infrazione. Condividiamo a questo proposito la ferma risposta data dal presidente del Consiglio Gentiloni che implica pero una battaglia di non poco conto a livello europeo. Ebbene, riteniamo di affrontare una battaglia così impegnativa con un governo dimezzato perché gli sono stati dati gli otto giorni? Avanziamo tutte queste osservazioni non in polemica con Renzi, che sulla questione delle elezioni non si è ancora pronunciato, ma anzi con l’obiettivo di costruire il contesto migliore per il rilancio del leader di un’area innovativa e riformista che deve andare molto aldilà dello stesso Pd, condizione decisiva per cambiare il paese e battere l’avversario populista e protestatario che adesso pub far leva anche su un contesto internazionale che è così profondamente cambiato. In ogni caso sarebbe auspicabile che riflettessimo tutti su due interventi ispidi, scomodi e forse anche sgradevoli, ma significativi, quello contenuto nell’articolo di Galli della Loggia e l’altro costituito dall’intervista ad Emanuele Macaluso.

    Di Fabrizio Cicchitto 

    Fonte: Il Dubbio

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    #Scopelliti smentisce la bufala delle pensioni d’oro ai deputati  

    Spiegone sul concetto di vitalizio (motivo per cui secondo molti assuefatti alle bufale di Facebook i parlamentari di prima legislatura non vogliono andare a votare). Quello che voi chiamate “vitalizio” non esiste per tutti quei parlamentari che, come la sottoscritta, sono stati eletti per la prima volta nel 2013. Un parlamentare eletto per la prima volta nel 2013 quando cessa il proprio mandato non ha diritto ad alcun “vitalizio”. Quello che voi chiamate “vitalizio” è una pensione. Ogni mese infatti, io e i miei colleghi versiamo dei contributi previdenziali che, se porteremo a termine una legislatura intera, quando compiremo 65 anni ci daranno diritto ad una pensione di circa 900 euro mensili. Se la legislatura si interrompe prima del 15 settembre 2017, prima cioè che si portino a termine i famigerati 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di legislatura, perderemo la possibilità di ottenere questa pensione. Domanda. E i contributi versati? Cancellati. Più precisamente, resteranno nelle casse della Camera di appartenenza e non saranno restituiti sotto nessuna forma a chi li ha versati; verranno invece usati per pagare i vitalizi di quelli che c’erano prima. Chiarito questo, vi chiedo: anche a considerarmi una squallida calcolatrice, secondo voi sono più importanti 900 euro che vedrò tra 33 anni o lavorare per garantire continuità al mio lavoro in Parlamento? Noi neoeletti della XVII legislatura paghiamo lo scotto di decenni di sperperi e ingiustizie di una classe dirigente temuta e coccolata, che per colpa di pochi viene descritta come peggior classe dirigente del Paese. Sin dal primo giorno di legislatura, per colpa di una manciata di cattivi politici, ci hanno terrorizzati con l’idea che essere parlamentare fosse un demerito, una vergogna… c’era gente che è entrata in Parlamento con un apriscatole in mano convinta che il problema fosse la macchina e non le persone che se ne sono approfittate per decenni. Gente che critica la casta e nel giro di qualche anno ne ha assorbito le peggiori abitudini. E oggi, a fine legislatura, dopo aver speso tutte le mie energie per le battaglie in cui credo, ancora devo sentirmi dire che siamo attaccati alla poltrona, che siamo il peggio del peggio… Siamo vittime di bufale su bufale (tra tante ricordo con particolare affetto quella, meravigliosa, della sauna alla Camera… oh… indicatemela perché ancora non l’ho trovata!) Io, e con me molti altri colleghi, abbiamo sempre lavorato nell’interesse dei cittadini. E ogni notte vado a letto stanca, ma in pace con la mia coscienza perché so che ho agito al massimo delle mie possibilità per onorare il mandato che mi è stato affidato. Non è sufficiente? Ok. Si può sempre fare meglio, ma non ci sto. Non ci sto più a sentirmi dire che la politica, tutta la politica è marcia. Che siamo tutti corrotti e corruttori. Che i politici fanno schifo. Non esiste e non è vero. Di questo passo il problema non saranno le elezioni anticipate, ma una classe dirigente che non sarà mai quella giusta perché per molti, a prescindere, il modo migliore per governare è non governare.

    Fonte: Il Dubbio

    Di: Rosanna Scopelliti

    Parlamentare e presidente della Fondazione Antonino Scopelliti, magistrato ucciso da Cosa nostra